Sentirmi a casa anche nella bolgia del Vinitaly è una sensazione che pensavo di non poter provare e l’ho provata, invece, appena sono entrato al ViViT, il salone indipendente con 128 aziende biologiche e biodinamiche, italiane e straniere. Quello che nei mesi scorsi è stato motivo di grandi discussioni, anche (soprattutto!) sui blogs e per il quale molte aziende hanno saltato le barricate delle due fiere alternative e non solo. Motivi commerciali? In parte è ovvio e del resto il vino è fatto per essere venduto, ma io credo – o per lo meno lo suppongo e un po’ lo spero – che dietro ci sia anche un po’ di voglia d’unità, voglia di sentirsi parte di un tutto che è quel calderone naturale dove, tra tante differenze reali e presunte, c’è anche molto in comune. E questo, a parere mio, che vale un soldo bucato, dovrebbe sempre prevalere.
Ma a parte i discorsi e le disquisizioni verbali e verbose al ViViT hanno parlato vini e produttori e passati i bicchieri un po’ troppo bollicine-style (ma cortesemente porti da avvenenti signorine, il che fa sempre piacere), i soffitti un po’ troppo bassi e le finestre un po’ troppo chiuse, la prima impressione avuta all’ingresso è stata quella della quiete di casa. Accidenti, è stata una folgorazione di pace interiore e non credo dovuta al fatto che ero appena stato nel vicino padiglione Emilia Romagna, già molto affollato alle 10:30 di domenica 25. È stata proprio l’energia emanata dalle persone presenti, calme, tecniche, interessate, cordiali, sorridenti. È stato un piacere per l’anima nel bel mezzo di una tempesta che sta agitando i vini naturali…o che li agiterà.
Ricordo con immensa goduria alcuni prodotti del consorzio Co.Vi.Bio., su tutti il Pignoletto frizzante sui lieviti dell’azienda Vigneto San Vito, i favolosi vini dell’amico Antonino “Nino” Barraco, Fulvio Bressan che ci sbicchiera un Pignol intramontabile e commovente, un sfilza di vini siciliani del consorzio I Vigneri, che mi hanno lasciato scioccato per la formidabile qualità. Poi Campinuovi e un Montecucco superbo, così come i Chianti old-style di Casale (che Riserva!), Camerlengo e l’omonimo Aglianico del Vulture, i vini dolci di Marco Sara e ancora il Frappato di Occhipinti (peccato che non c’era Arianna), le freschezze orientali di Boris Skerk , alcuni vini di Guttarolo, i gusti estremi di Cantina Giardino e i profumi inebrianti di Dettori. Ricordo ancora una sequenza di vini straordinari, quelli di Nikolaihof Wachau con un Veltliner 1993 fresco come fosse stato vinificato ieri, il millesimato L’Ame de la Terre 2003 di François Bedel, Pierre Frick col Sylvaner 2005, Cosimo Maria Masini ed un Daphné in grande spolvero e, fuori dal ViViT, la strepitosa gamma dell’azienda emiliana La Tosa, con la quale abbiamo cominciato la giornata.
Un grazie di cuore va a Federico Orsi (Vigneto San Vito – Co.Vi.Bio.) per la sua gentilezza, sperando di averlo presto a Viareggio per una super degustazione, a Nino Barraco che rivedo sempre con gran piacere e che ci tratta sempre come fossimo a casa nostra, all’accoglienza calda, ogni volta, di Fulvio Bressan, immancabile come il suo Jeeg Robot appeso al collo. Un grazie poi a Cosimo Maria Masini ed al suo nuovo enologo Alessio Farnesi, che hanno fatto da nostra casa-base, all’amico Urano Cupisti (Flipnews.org; Chaine des Rotisseurs) che ci ha fatto compagnia per qualche assaggio (è sempre un vero piacere e una vera scuola bere con te!). A Massimiliano, infine, (Vinoteca Rossorubino), gran compagno di scorribande enoiche…e ai suoi panini preparati ad hoc con prodotti immensi!
Finisco auto citando ciò che ho scritto pochi giorni fa su Enoiche Illusioni (se volete, qui):
“[…]è necessario essere uniti per essere una voce, altrimenti si è solo dei flebili bisbigli, spesso contraddittori. Ecco perchè mi auguro che prevalga il buon senso e che col tempo s’arrivi all’unità, dentro o fuori Vinitaly[…]”
E concludo concordando sempre con Jacopo Cossater quando scrive: “Niente sarà più come prima”.
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