
Come mi avevano anticipato Luigi Fracchia (Gli amici del bar), Vittorio Rusinà (Tirebouchon) e Francesco De Franco (‘A Vita, Cirò) Andrea Kihlgren è una persona squisita, dalle maniere signorili e composte, ma non per questo senza un pensiero preciso e deciso su ciò che fa. Sul vino, e su ciò che gli sta attorno. Quello che colpisce di Andrea è che, nonostante l’essere un viticoltore biodinamico e, quindi, dai più identificabile come seguace di un qualcosa di strambo e incomprensibile, è estremamente razionale e con i piedi ben piantati per terra, in quella terra salmastra dalla quale nascono i suoi vini e che lui cura e rispetta più d’ogni altra cosa. Condensare tutte le piacevoli chiacchiere della serata non è cosa semplice ed io non ho doni da scrittore nè da giornalista, per cui eccovi un post in punti fatto con gli appunti presi. Non renderà certo l’idea e per questo vi invito a scambiarci due parole appena potete.
-L’azienda, Santa Caterina, comprende 8 ettari di vigna sull’omonima collinetta, oggi completamente inglobata dalla città di Sarzana.
-Prima apparteneva alla mia famiglia materna, i Picedi Benettini, ed era una classica tenuta con poderi e terreni oggi accorpati e coltivati interamente a vigneto.
-Il Vermentino, a differenza di altri vitigni bianchi, ha due obblighi per esprimere il meglio di sé: essere coltivato in zona collinare e essere vicino al mare, proprio di fronte possibilmente. Per guardarlo e sentirne la brezza salmastra e le correnti calde.
-I due Vermentini della serata sono molto diversi. Uno è vinificato in bianco, in modo classico. L’altro fa invece un po’ di giorni, circa 12, di macerazione sulle bucce
-Anche se la vinificazione in bianco è l’ideale per un vitigno come questo, ci sono condizioni in cui la macerazione può essere anche superiore e permette degli interessanti arricchimenti espressivi senza appesantire il vino. Forse spesso si eccede anche troppo con la tecnica macerativa, un po’ per novità, un po’ per moda.
-L’importante, però, è non standardizzare il vino con stupidi protocolli…per il resto tutto ci sta.
-Altro punto importante, non solo per il Vermentino, è mantenere la piacevolezza e la delicatezza del bere, che è irrinunciabile, a differenza della concentrazione.
-La campagna ce l’avevo dentro fin da bambino e ventun’anni fa ho cominciato ad occuparmi dell’azienda su richiesta di mia madre. Prima titubante, poi sempre più deciso.
-Cercavo un’esigenza di semplicità in un mare di complicazioni e così in campagna ho eliminato tutto e sono tornato solo ad usare un po’ di rame e zolfo, tra i vituperi generali e la paura di cosa sarebbe potuto accadere.
-Poi una cosa tira l’altra e dopo circa due anni ho scoperto la biodinamica con Francesco Saverio Petrilli.
-La biodinamica è un’ottima attività propedeutica alla sensibilizzazione di noi stessi innanzitutto e nella biodinamica ho incontrato le persone più competenti riguardo al suolo.
-La biodinamica ed il biologico hanno però poco senso, se vogliamo. Dire “un vino biodinamico” non ha senso perché la biodinamica riguarda solo il campo e non arriva in cantina.
-Il biologico dice che tutto ciò che è vegetale è buono, ma non è sempre così. Basti pensare al piretro o al rotenone.
-La biodinamica è un altro mondo, molto complesso, in positivo. Ed è complesso perché non c’è una verificabilità delle prove, ma ci sono delle evidenze e dei risultati lampanti.
-La biodinamica si prefigge la rivitalizzazione e il mantenimento della vita, intesa come equilibrio del suolo. Come un regolatore.
-Una volta capito il senso e il punto della maturazione dell’uva, i vini in cantina non hanno bisogno di nulla o quasi. La questione riguarda solo una piccola quantità di solforosa prima dell’imbottigliamento. Serve solo per proteggere il vino una volta tolto dal suo ambiente, quando subisce uno shock notevole.
-Se ogni volta si trucca il vino non si sa mai come avrebbe potuto essere e magari sarebbe stato anche meglio.
-Rame e zolfo sono le uniche armi che abbiamo contro oidio e peronospora, ma non sono poi così gravi.
-Lo scrupolo vero è nell’uso del rame perché va nel suolo e danneggia la flora fungina. Poi questo dipende anche dal pH del suolo. Dove è acido, come in Germania, è un grande problema. Da noi lo è meno perché il pH del suolo è più basico.
-Naturale è un termine improprio, ma come chiamare allora i vini naturali? Bisognerebbe aprire un confronto all’interno del mondo del vino naturale perché nei processi di vinificazione la naturalità è che non ci sia alcun intervento tecnologico, né con prodotti. E non ci sono esiti scontati.
E neppure i vini di Andrea sono scontati. Il Vermentino 2010, vinificato in bianco, infatti t’invade di freschezza e in mezzo a mille profumi mediterranei e campestri c’è quella leggera speziatura e quella sapidità tutta minerale che ne fanno una bevuta tagliente e allo stesso tempo delicata, come quelle cui accennava Andrea. Il Vermentino “Poggi Alti” 2010 è la versione macerata ed è bicchiere più maturo, più fragrante, con una pienezza gustativa notevole, tra albicocche, thè e camomilla e una lunghezza infinita. Il Fontananera è un 2010, Merlot e Ciliegiolo che si presentano ridotti, per caratteristiche proprie della loro vinificazione. Ma quando si aprono mostrano tutta la stoffa di questa bottiglia dalla beva struggente e dall’eleganza del tatto, mai invadente, dalla speziatura del gusto, in un cangiare continuo verso caffè e cioccolato da aspettare, a fine bicchiere. Il legno dei tonneaux dove affina il Ghiarétolo, Merlot in purezza del 2009, si percepiscono appena perchè il campo è dominato da un frutto d’una freschezza sbalorditiva, sempre equilibrato in ogni sorso, che è fresco e setoso, anch’esso minerale e dalla beva che non ti lascia scampo.
Mi piace:
Mi piace Caricamento...