IGT Toscana Bianco, 2011, Vino del Feudo Ghelardini

Bottiglia acquistata in azienda. 8€ (la titolare, Marina, me l’ha messo meno – ho speso 20€ per tre bottiglie – forse perchè mi ha visto giovane viticoltore squattrinato, alla ricerca di vigne nella zona con l’esuberanza e l’avventatezza di chi non calcola la pazzia che sta facendo…o forse perchè le sono rimasto simpatico, bho?!)

Dentro potrebbe esserci il classico blend dei colli di Candia, Vermentino, Trebbiano e Malvasia. Forse anche altro, che ignoro.

Qua la macerazione si sente tutta, nel mezzo di frutta secca, rosmarino, pietra focaia, minerali e una punta, sommessa, di aromaticità. Frequentando assiduamente la zona collinare di Montignoso, la Palatina, da cui proviene questo bianco, ci riconosco il profumo tipico di quelle colline assolate, coltivate a terrazze inerbite a un tiro di schioppo dal mare. Un miscuglio indefinibile di salmastro, macchia mediterranea, erba arsa dal sole e soprattutto l’odore di quella terra rossastra impastata di piccole pietruzze, sciolta, ardita come chi la lavora, gravida di grappoli. Un po’ di acidità in più non guasterebbe, ma tutto sommato è un buon vino.

Dal Vino da Tavola alle DOC e ritorno.

Le DOC sono realmente utili? Sono realmente rappresentative dei territori su cui insistono e delle relative tradizioni produttive? Hanno senso così come sono impostate o peccano di antiquatezza, rigidità e spesso assurdità? E le commissioni per esservi ammessi, sono in grado di fare il loro dovere anche in questi tempi dove l’evoluzione del gusto sta sfociando in mille rivoli e si riscoprono tecniche produttive dai risultati diametralmente opposti a quelli anni ’90?

Queste sono alcune domande, esplicite ed implicite, che hanno animato la discussione in questi ultimi giorni.

Io, non lo nego, sono molto scettico sulla reale utilità delle denominazioni italiane, soprattutto per come vengono gestiti i disciplinari e per come la politicizzazione lobbistica dell’agricoltura (come di tutti i settori produttivi del nostro disgraziato paese) porti alla nascita di vere e proprie stronzate (mi si passi il favellar scurrile, ma non ne trovo altra definizione così calzante) eno-politiche tipo dal DOC Sicilia e tante altre. Siamo oramai ad un punto in cui ho perso il conto delle denominazioni italiane. E questo non è bello.

Sarà forse un caso che molti produttori cominciano ad uscire dai consorzi di tutela e ad etichettare come vino da tavola? Bhè, in genere diventa una necessità per quei vini che non rispettano il disciplinare, penso ai vari macerati, ai non filtrati o ai vini col fondo, spesso figli di tecniche scomparse e poi riscoperte, ma oramai escluse dai disciplinari. In questo caso starebbe ai produttori non presentarli alla commissione d’assaggio per la DOC. Ma è sempre valido questo ragionamento oppure sarebbe necessario riflettere sull’eccessiva modernizzazione (che poi cosa voglia dire realmente non si sa) compiuta negli scorsi trent’anni dai consorzi (e quindi dagli stessi produttori), col risultato dell’esclusione di tecniche produttive antiche e magari strettamente tipiche di un determinato territorio?

E dei vitigni vogliamo parlarne? I drammi si susseguono di anno in anno. Porto ad esempio ciò che è accaduto tra 2009 e 2011 alla DOC Candia dei Colli Apuani, una piccola denominazione della costa apuo-versiliese. Costa che può vantare una bella tradizione nel produrre vini bianchi a base Vermentino e Albarola e rossi a base Vermentino nero (anche se questo vitigno ha avuto una vita altalenante). Il primo disciplinare del Candia risale al 1981 e prevedeva solo la categoria <<bianco>> dalle seguenti uve:

70%-80% Vermentino; 10%-20% Albarola ed il restante 15% suddiviso fra Trebbiano e Malvasia, con quest’ultima fino ad un massimo del 5%.

Manca la tipologia rossa, che avrebbe potuto essere a base di Vermentino nero, che è l’unico vitigno nel cui areale d’origine possano essere annoverate le colline costiere della mia Versilia. Ma come ho accennato poc’anzi questo vitigno ha avuto una vita difficile e dopo un quasi totale abbandono è stato riscoperto non molti anni fa ed ancora poche aziende, tra i Colli di Luni, la Lunigiana e la Versilia lo lavorano e lo sperimentano. Ma a parte la questione, particolare, sul Vermentino nero (che apprezzo particolarmente), il primo disciplinare era perfetto per quantità e per tradizionalità delle uve.

Poi la cafonaggine umana, la tanto blaterata internazionalizzazione del gusto, i tanto decantati vitigni migliorativi da inserire in ogni dove (nella Coca Cola no?) hanno fatto sì che si mandasse al macero un disciplinare che ancora reggeva, tutto sommato. E tra 2009 e 2011 la categoria <<bianco secco>>, quella più antica, principale, è stata resa inutile. Così:

minimo 70% di Vermentino, più un massimo del 30% a scelta tra i vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione in Toscana il che equivale a poterci mettere, a piacimento, Chardonnay, Ansonica, Colombana, Sauvignon b., Albana, Grechetto, Fiano, Durella, Muller Thurgau eccetera, eccetera, eccetera.

E dove sta la tipicità in tutto ciò? Dove sta il controllo dell’origine territoriale, quella “garanzia” di un prodotto tipico di quel preciso territorio, prodotto con metodi e materie prime tipiche, locali?

Ecco perché ritengo positivo, spesso, uscire come vino da tavola. Perché il vero declassamento sarebbe accomunare un vino fatto nel serio rispetto delle tradizioni con disciplinari senza senso come questo…e come troppi ce ne sono dalle Alpi alla Scilia.

Casteldelpiano è in Lunigiana: sapevatelo

Si parte con il Pianpiano 2008. Andrea e Sabina vinificano separatamente le uve dopo aver tenuto lo Chardonnay in barrique con i suoi lieviti, Durella e Pinot Grigio in acciaio. Ne esce un vino che unisce la freschezza floreale e minerale ad una struttura avvolgente e quindi ne giovano piacevolezza e bevibilità.

Il Groppolungo 2009 è anch’esso un blend assai ganzo di Vermentino Nero, Merlot e Syrah più altri vitigni minori locali. Secondo me ha bisogno di un altro paio di anni in bottiglia ma, comunque, chi è impaziente di bere troverà già ora un vino fresco e aromatico come solo Syrah e Vermentino Nero potrebbero dare, dritto e di gran beva come piace a me.

Infine il Melampo 2009, uno dei Pinot Nero facenti parte della novella associazione  “Appennino Toscano – Vignaioli di Pinot Nero”, con gente sparsa per i principali territori montani della Toscana. Pieno nel colore, un turbine di frutti e erbe aromatiche. Alla giusta temperatura sfodera anche dei tannini niente male. Come per il Groppolungo credo abbia bisogno di pazientare ancora un po’ di lune.

Infine Andrea e Sabina, simpaticissimi e con la giusta dose di intraprendenza che in Toscana svicola verso la pazzia (Malaparte docet). E visto che oltre al Casteldelpiano (Merlot 100%) è mancato l’amatissimo Pepe Nero, ovvero il loro Vermentino Nero in purezza, sarà abbligatoria una giornata in Lunigiana. E consiglio anche a voi di farci un salto e di tenerli d’occhio perchè la faccenda è molto interessante!

Oh, ego dixit! (oggi sono in vena di motti latini, che ci volete fa’?!)

Punti e appunti di una serata con Andrea Kihlgren

Come mi avevano anticipato Luigi Fracchia (Gli amici del bar), Vittorio Rusinà (Tirebouchon) e Francesco De Franco (‘A Vita, Cirò) Andrea Kihlgren è una persona squisita, dalle maniere signorili e composte, ma non per questo senza un pensiero preciso e deciso su ciò che fa. Sul vino, e su ciò che gli sta attorno. Quello che colpisce di Andrea è che, nonostante l’essere un viticoltore biodinamico e, quindi, dai più identificabile come seguace di un qualcosa di strambo e incomprensibile, è estremamente razionale e con i piedi ben piantati per terra, in quella terra salmastra dalla quale nascono i suoi vini e che lui cura e rispetta più d’ogni altra cosa. Condensare tutte le piacevoli chiacchiere della serata non è cosa semplice ed io non ho doni da scrittore nè da giornalista, per cui eccovi un post in punti fatto con gli appunti presi. Non renderà certo l’idea e per questo vi invito a scambiarci due parole appena potete.

-L’azienda, Santa Caterina, comprende 8 ettari di vigna sull’omonima collinetta, oggi completamente inglobata dalla città di Sarzana.

-Prima apparteneva alla mia famiglia materna, i Picedi Benettini, ed era una classica tenuta con poderi e terreni oggi accorpati e coltivati interamente a vigneto.

-Il Vermentino, a differenza di altri vitigni bianchi, ha due obblighi per esprimere il meglio di sé: essere coltivato in zona collinare e essere vicino al mare, proprio di fronte possibilmente. Per guardarlo e sentirne la brezza salmastra e le correnti calde.

-I due Vermentini della serata sono molto diversi. Uno è vinificato in bianco, in modo classico. L’altro fa invece un po’ di giorni, circa 12, di macerazione sulle bucce

-Anche se la vinificazione in bianco è l’ideale per un vitigno come questo, ci sono condizioni in cui la macerazione può essere anche superiore e permette degli interessanti arricchimenti espressivi senza appesantire il vino. Forse spesso si eccede anche troppo con la tecnica macerativa, un po’ per novità, un po’ per moda.

-L’importante, però, è non standardizzare il vino con stupidi protocolli…per il resto tutto ci sta.

-Altro punto importante, non solo per il Vermentino, è mantenere la piacevolezza e la delicatezza del bere, che è irrinunciabile, a differenza della concentrazione.

-La campagna ce l’avevo dentro fin da bambino e ventun’anni fa ho cominciato ad occuparmi dell’azienda su richiesta di mia madre. Prima titubante, poi sempre più deciso.

-Cercavo un’esigenza di semplicità in un mare di complicazioni e così in campagna ho eliminato tutto e sono tornato solo ad usare un po’ di rame e zolfo, tra i vituperi generali e la paura di cosa sarebbe potuto accadere.

-Poi una cosa tira l’altra e dopo circa due anni ho scoperto la biodinamica con Francesco Saverio Petrilli.

-La biodinamica è un’ottima attività propedeutica alla sensibilizzazione di noi stessi innanzitutto e nella biodinamica ho incontrato le persone più competenti riguardo al suolo.

-La biodinamica ed il biologico  hanno però poco senso, se vogliamo. Dire “un vino biodinamico” non ha senso perché la biodinamica riguarda solo il campo e non arriva in cantina.

-Il biologico dice che tutto ciò che è vegetale è buono, ma non è sempre così. Basti pensare al piretro o al rotenone.

-La biodinamica è un altro mondo, molto complesso, in positivo. Ed è complesso perché non c’è una verificabilità delle prove, ma ci sono delle evidenze e dei risultati lampanti.

-La biodinamica si prefigge la rivitalizzazione e il mantenimento della vita, intesa come equilibrio del suolo. Come un regolatore.

-Una volta capito il senso e il punto della maturazione dell’uva, i vini in cantina non hanno bisogno di nulla o quasi. La questione riguarda solo una piccola quantità di solforosa prima dell’imbottigliamento. Serve solo per proteggere il vino una volta tolto dal suo ambiente, quando subisce uno shock notevole.

-Se ogni volta si trucca il vino non si sa mai come avrebbe potuto essere e magari sarebbe stato anche meglio.

-Rame e zolfo sono le uniche armi che abbiamo contro oidio e peronospora, ma non sono poi così gravi.

-Lo scrupolo vero è nell’uso del rame perché va nel suolo e danneggia la flora fungina. Poi questo dipende anche dal pH del suolo. Dove è acido, come in Germania, è un grande problema. Da noi lo è meno perché il pH del suolo è più basico.

-Naturale è un termine improprio, ma come chiamare allora i vini naturali? Bisognerebbe aprire un confronto all’interno del mondo del vino naturale perché nei processi di vinificazione la naturalità è che non ci sia alcun intervento tecnologico, né con prodotti. E non ci sono esiti scontati.

E neppure i vini di Andrea sono scontati. Il Vermentino 2010, vinificato in bianco, infatti t’invade di freschezza e in mezzo a mille profumi mediterranei e campestri c’è quella leggera speziatura e quella sapidità tutta minerale che ne fanno una bevuta tagliente e allo stesso tempo delicata, come quelle cui accennava Andrea. Il Vermentino “Poggi Alti” 2010 è la versione macerata ed è bicchiere più maturo, più fragrante, con una pienezza gustativa notevole, tra albicocche, thè e camomilla e una lunghezza infinita. Il Fontananera è un 2010, Merlot e Ciliegiolo che si presentano ridotti, per caratteristiche proprie della loro vinificazione. Ma quando si aprono mostrano tutta la stoffa di questa bottiglia dalla beva struggente e dall’eleganza del tatto, mai invadente, dalla speziatura del gusto, in un cangiare continuo verso caffè e cioccolato da aspettare, a fine bicchiere. Il legno dei tonneaux dove affina il Ghiarétolo, Merlot in purezza del 2009, si percepiscono appena perchè il campo è dominato da un frutto d’una freschezza sbalorditiva, sempre equilibrato in ogni sorso, che è fresco e setoso, anch’esso minerale e dalla beva che non ti lascia scampo.

Le Fraine sul Lago: due assaggi biodinamici

Partecipi ad un corso sulla degustazione dell’olio d’oliva e capita che sia presente anche un produttore biodinamico toscano, così ti ritrovi nel bicchiere anche un paio di vini da degustare. Bellezze dell’enogastronomia!

IGT Toscana Bianco “Le Fraine” (Trebbiano, Malvasia e Vermentino)

Un bel mix di fiori di campo, in costante equilibrio tra sensazioni fresche e sapide ed una scorrevolezza alcolica piuttosto piacevole. In accordo con l’agronomo Alessandro Marino Merlo (docente del corso) lo trovo un po’ troppo piatto, specie sul finale. C’è da lavorare, ma i presupposti sono buoni.

IGT Toscana Rosso “Pellegro”, 2008 (Sangiovese, Cabernet Franc ed Alicante Bouschet)

Inizialmente domina la componente erbacea, poi si fa spazio tutto quell’insieme di note apportate dal legno. Sia dovute agli spigoli tannici, sia legate alle componenti olfattive e così emerge il cuoio, la terra ed una punta di speziatura che lo rendono un po’ poco equilibrato, ma tutto sommato bevibile.

IGT Toscana “Arroccato”, 2010, Marika Felli

Disclaimer

Per chi non lo sapesse (tutti, pressappoco) io mi occupo di percorsi enogastronomici . In pratica cerco di organizzare il turismo versiliese wine & food (per usare termini moderni) e la relativa comunicazione. Lo faccio, mia fortuna,  con un gruppo di giovani cazzuti e cervelluti che fanno capo al tour operator manager Poddy Planet ed alla web-agency 2creAtive Lab.

È capitato che per lavoro sono venuto in contatto con l’azienda vinicola viareggina Marika Felli e che, per parlare di questo progetto enogastronomico, mi sia incontrato con la titolare, Elisabetta Berti, per far due chiacchiere e così ho ricevuto una campionatura dei suoi prodotti. Ad Elisabetta l’ho detto che sarei stato curioso di assaggiare i vini e poi, se mi andava, ne avrei forse scribacchiato qualche impressione sul blog. Positiva o negativa che fosse. Così come le ho detto delle mie impressioni sulla particolare condizione pedo-climatica della sua azienda, ma questa è un’altra storia ed avrò modo di parlarne nuovamente.

Niente sponsor post quindi. Tanto per metterlo in chiaro, visti i tempi.

Uvaggio: 80% Vermentino, 20% Chardonnay

Prezzo: 6 €

Un vino non così semplice come pensavo. Un vino bipolare direi. Ma in positivo, non come il disturbo. Lo guardi e ti sembra quasi una vendemmia tardiva. Poi lo assaggi, è vellutato. E salino! E bhè…direi che essendo prodotto con uve distanti 800 metri dal mare e allevate su terreni col 90% di sabbia marina un po’ di spiccata salinità ci sta. E ci sta bene, anche. Poi, pian piano senti tutto. Un pochino di frutta surmatura, di pesca, di rosa e una piacevole e vagante nota meditarranea fatta d’un mix di erbe aromatiche. Di certo tratti che ricordano la salvia ed il timo. E l’elicriso (che da noi è chiamato camuciolo) senza dubbio. Col tempo s’affaccia pian pianino anche qualche ricordo del suo affinamento di sei mesi sulle fecce fini. Un po’ corto, forse. Però di sicuro particolare e più che altro non convenzionale.

DOC Vermentino di Sardegna “Lupus in Fabula”, 2010, Tenute Olbios

Venerdì ho saputo che è in uscita il nuovo album dei Negrita.  Il singolo è già in giro su YouTube, grazie anche ad un trailer diffuso dalla band aretina. Si chiama “Brucerò per te” ed è con questa canzone in testa che la sera stessa mi sono ritrovato con i ragazzi della Vinoteca Rossorubino per chiacchierare di varie cose ed ovviamente anche di vino…e come non farlo davanti a un bicchiere? Mi sono lasciato consigliare, certo di aver fatto la scelta giusta.Nel bicchiere un bel giallo paglierino, didattico. Il naso e la bocca che ricalcano perfettamente la mineralità dei terreni sabbioso-granitici dai quali nasce. E poi quegli accenni floreali, di fiori spontanei però. Quelli che spuntano lievi nelle brulle campagne sarde ricoperte di macchia mediterranea, di arbusti bruciati dal sole estivo, abbacinante e caldissimo. Una perfetta quadratura del cerchio con i Negrita, che in questo nuovo pezzo bruciano d’amore.

Banco di Assaggio: 26 luglio 2011. Franciacorta con intrusi.

In vista del prossimo banco organizzato da Urano per il 6 settembre, termino i flashbacks sulle degustazioni estive con due parole sull’interessantissima nonchè educativa serata dedicata alle bollicine de’ noattri (per i fighèira: sparkling wines)

Luogo: Rossorubino Vinoteca, Via F.lli Rosselli – Viareggio (LU)

Ad assaggiare insieme a me c’erano anche Urano Cupisti (organizzatore), Claudio Fonio, Vincenza Berti, Otello Corrado Burroni, Floriano Farnocchia, Gian Luca Dati, Lucia Seppia ed Edi Arcangioli, tutti sommeliers.

DOCG Franciacorta Millesimato Non Dosato, anno 2007, Cola Battista:

I 24 mesi sui lieviti imposti dal nuovo disciplinare della DOCG Franciacorta hanno dato gli effetti sperati ed una finezza che corre dall’inizio alla fine del bicchiere. Carbonica persistente e delicata.  Colore molto chiaro. Forse manca un po’ di tipicità franciacortina ma, tutto sommato non dispiace.

DOCG Franciacorta Brut, anno 2007, Le Due Querce:

La presenza del Pinot bianco (20%) ci porta subito versa la parte montuosa della Franciacorta, Ome alta. Limpidezza e luminosità notevoli, perlage delicato e naso bello in vista rendono merito al lavoro di questa azienda.

DOCG Franciacorta Saten, anno 2007, Enrico Gatti:

Bel prodotto. Più intenso dei precedenti, grazie anche ad una maggiore permanenza sui lieviti (36 mesi). Un po’ troppo pungente lo sfiato di carbonica iniziale. Mineralità spiccata e piacevole.

DOCG Franciacorta Extra Brut Dizeta “Nefertiti”, anno 2004, Giuseppe Vezzoli:

Che vino!! Il procedimento che porta all’assemblaggio di questo è curatissimo, e si vede. Il vino base sosta molto nel legno, che è ben utilizzato. La permanenza di 40 mesi sui lieviti dona al Nefertiti una vasta gamma di profumi e sapori delicati e morbidi come una mollica di pane da poco sfornato. Giallo dorato, molto brillante, alla vista. Finissimo nella carbonica, forse un po’ troppo invadente.

Metodo Classico Brut Zero “Valentino”, Riserva 2002, Rocche dei Manzoni:

Oltre ad essere il primo intruso della serata ne è stato, secondo me, anche il protagonista. . .e con i suoi 84 mesi a contatto con i lieviti ed una produzione del vino base scrupolosa e totalmente in legno non poteva essere altrimenti. Come il precedente già alla vista impressiona la doratura del giallo limpido e poi viene fuori il meglio dello Chardonnay in purezza. L’unica pecca, forse, è una carbonica un po’ poco presente.

DOCG Franciacorta Extra Brut, Vintage Riserva 2004, La Montina:

Splendido vino anche questo. Pungente il giusto questo blend di Chardonnay e Pinot nero, con una carbonica molto delicata ed una persistenza veramente apprezzabile, oltre ad un insieme di profumi e sapori schietti e freschi.

DOC Oltrepò Pavese Metodo Classico Brut Nature Millesimato, anno 1994, Andrea Picchioni:

Subito identificato come il secondo intruso per la caratteristica nota finale amarognola. Impressionano sin da subito i 15 anni di sosta sui lieviti che gli donano non poca finezza. Un po’ troppo grossolana, forse, la carbonica, anche se non fastidiosa. Naso leggero e delicato, con buona complessità che si ritrova anche all’assaggio, reso molto piacevole dalla freschezza acidula e della nota finale amarognola.

Ottimo banco per me che di bollicine conosco poco, se non pochissimo. Istruttivo, ricco di spunti e sorprese come sempre, l’amico Urano. Cinque prodotti da tre zone diverse: 2 da Erbusco, 1 da Adro e 1 sia da Ome alta che da Monticelli Brusati, per coprire i principali terroirs franciacortini. Due intrusi di tutto rispetto, da Monforte d’Alba e dall’Oltrepò pavese.

Due parole sul locale:

Moderno e ben fornito questo piccolo locale, inaugurato a luglio 2010 da Massimiliano Bufalini, pisano di nascita e viareggino d’adozione. Una vinoteca in un quartiere non centrale della città è una bella sfida, ma la stoffa il Rossorubino ce l’ha tutta, così come la qualità dei prodotti e la competenza del titolare. Vaste le possibilità di degustazione, con sapienti abbinamenti di salumi e formaggi toscani di gran pregio. . .e di gran gusto! Fa piacere la presenza di alcune chicche enologiche, difficili da trovare anche se provenienti dai dintorni, come il Vermentino nero “Pepenero” dell’azienda CasteldelPiano (Licciana Nardi – Massa).

Banco di Assaggio: 29 giugno 2011

Luogo: Caffè Biondi Winebar & Beach Restaurant c/o Bagno Florindo – Viareggio (LU)

Ad assaggiare insieme a me c’erano anche Urano Cupisti (organizzatore), Claudio Fonio, Vincenza Berti, Vincenzo Bertilotti, Leonardo Arcucci, Otello Corrado Burroni, Giorgio Pellegrinetti e Floriano Farnocchia, tutti sommeliers.

DOC Alto Adige-Sudtirol, Gewurztraminer “Kolbenhof”, anno 2005, Joseph Hofstatter:

Dopo 6 anni sprigiona profumi che ti aspetteresti da una vendemmia tardiva o da un  Moscato. Forte l’impronta aromatica, grazie anche ai diversi mesi passati sui lieviti, con una decisa svolta verso la confettura e il caramello. Perde molto in bocca, risultando slegato, un po’ piatto, con i sapori che vanno un po’ per conto loro e lasciando una nota finale leggermente amarognola.

AOC Meursault, anno 1999, Andrè Montessuy:

Questo vino della bassa borgogna segue la classica vinificazione in bianco delle sue zone, con uso del legno da 10 e lode. Apre pungente e polverulento come in una giornata un po’ ventosa. Profumi “fumosi” e con una notevole sapidità, riscontrabile pienamente anche in bocca in tutt’uno gradevolissimo.

DOC Alto Adige-Valle Isarco, Riesling, anno 2006, Tenuta PackerHof:

Ad un primo approccio l’avrei detto di provenienza estera – anche in virtù della mia non esperienza con i Riesling – e ciò che ha mostrato in tutte le fasi dell’assaggio conferma l’influenza tedesca di questo ottimo prodotto. Colore chiarissimo, spiccata mineralità ed acidità, sia al naso che in bocca.

DOC Alto Adige-Sudtirol, Sauvignon, anno 2005, Cantina San Michele Appiano (linea Sanct Valentin):

Sempre dall’Alto Adige viene questo Sauvignon ancora ben riconoscibile per i profumi caratteristici, ma che indubbiamente risente dell’età e all’assaggio s’adagia languido e un po’ sonnecchiante.

DOCG Vermentino di Gallura “Vigna’ngena”, anno 2002, Capichera:

C’è chi l’ha scambiato per un Riesling dell’Oltrepò pavese e chi come me non c’ha capito molto. Praticamente un non-vermentino, ma che prodotto! Note finissime di mandorla, con accenni di confettura ed un tocco di vaniglia per tutto l’assaggio.

AOC Chablis Premier Cru, anno 2001, William Nahan:

Secondo me il più fine della serata. Apre subito con un pizzico di etereo e con decisi rimandi caseari, elegantissimi. Ben presto però – ed anche dopo averlo bevuto – questo francese mi riporta a quando da piccolo andavo per boschi con mio padre. In quel bicchiere c’era tutto il sottobosco di una macchia mediterranea in ottobre, piena di gustosissimi funghi.

Due parole sul locale:

Il Caffè Biondi, a bordo piscina del rinomato stabilimento balneare (per noi viareggini: bagno) Florindo è un luogo che d’estate regala non  poca goduria. Semplice bar da spiaggia e raffinato ristorante dal menù gradevolissimo. Nicola Dallori, il patron, è un ragazzo giovane  e ci sa fare non poco, anche con i vini. Da provare a cena, quando l’atmosfera balneare da il meglio di sè, complici le stelle e la brezza estiva. Noi, durante e dopo il banco, siamo stati divinamente!