IGT Toscana “Arroccato”, 2010, Marika Felli

Disclaimer

Per chi non lo sapesse (tutti, pressappoco) io mi occupo di percorsi enogastronomici . In pratica cerco di organizzare il turismo versiliese wine & food (per usare termini moderni) e la relativa comunicazione. Lo faccio, mia fortuna,  con un gruppo di giovani cazzuti e cervelluti che fanno capo al tour operator manager Poddy Planet ed alla web-agency 2creAtive Lab.

È capitato che per lavoro sono venuto in contatto con l’azienda vinicola viareggina Marika Felli e che, per parlare di questo progetto enogastronomico, mi sia incontrato con la titolare, Elisabetta Berti, per far due chiacchiere e così ho ricevuto una campionatura dei suoi prodotti. Ad Elisabetta l’ho detto che sarei stato curioso di assaggiare i vini e poi, se mi andava, ne avrei forse scribacchiato qualche impressione sul blog. Positiva o negativa che fosse. Così come le ho detto delle mie impressioni sulla particolare condizione pedo-climatica della sua azienda, ma questa è un’altra storia ed avrò modo di parlarne nuovamente.

Niente sponsor post quindi. Tanto per metterlo in chiaro, visti i tempi.

Uvaggio: 80% Vermentino, 20% Chardonnay

Prezzo: 6 €

Un vino non così semplice come pensavo. Un vino bipolare direi. Ma in positivo, non come il disturbo. Lo guardi e ti sembra quasi una vendemmia tardiva. Poi lo assaggi, è vellutato. E salino! E bhè…direi che essendo prodotto con uve distanti 800 metri dal mare e allevate su terreni col 90% di sabbia marina un po’ di spiccata salinità ci sta. E ci sta bene, anche. Poi, pian piano senti tutto. Un pochino di frutta surmatura, di pesca, di rosa e una piacevole e vagante nota meditarranea fatta d’un mix di erbe aromatiche. Di certo tratti che ricordano la salvia ed il timo. E l’elicriso (che da noi è chiamato camuciolo) senza dubbio. Col tempo s’affaccia pian pianino anche qualche ricordo del suo affinamento di sei mesi sulle fecce fini. Un po’ corto, forse. Però di sicuro particolare e più che altro non convenzionale.

C’è chi aveva un fiuto eccezionale e chi è andato alla Fiera del Tartufo Bianco d’Alba

Mia madre dorme e intorno a me, ormai, c’è quasi silenzio. Solo un po’ di rumori ovattati che ronfano. Io, come al solito, ho gli occhi pallati di chi è biologicamente mattiniero ed abituato ad essere subito attivo. Mi guardo intorno incuriosito da scenari più o meno familiari, cullato dal dondolìo.

Sono più o meno le 6:45 e sono in pullman. Direzione Alba.

Alba vuol dire Piemonte, oh yes!  Vuol dire Langa e quindi Barolo, Barbera, Dolcetto, vuol dire robiola, funghi, nocciole e Ferrero. Vuol dire ovviamente anche Tartufo Bianco.

Io questa domenica ero lì per quello, per quel tuber magnatum che si contende lo scettro di più pregiato al mondo con quello Nero di Norcia o tuber melanosporum. C’è chi s’accapiglia non poco per difendere l’uno o l’altro. A me importa poco. Non so quasi una cippa di tecnicismi tartufari e purtroppo (o menomale) le tipologie più diffuse del tuber mi piacciono assai, siano esse placcate oro o ritenute scrause come lo Scorzone o il Bianchetto Marzolino.

Ehi! Bando alle ciance che Alba è ormai intorno a noi, parcheggiati ad un nanosecondo dall’imbocco di Via Cavour. Sulla destra, in Piazza Medford, un circolo di stands giallo-verdi. Rappresentativa brasileira? No! I produttori di Camapagna Amica (by Coldiretti), con un sacco di prodotti interessanti e che si riproporranno poi nel centro storico: ortaggi multicolori, mieli deliziosi, vini (che non ho assaggiato), olii, tante buonissime nocciole e le immancabili castagne, mon amour!

Già gremita di gente e banchi d’ogni tipo Piazza Garibaldi immette nel vivo della manifestazione (Via Cavour, Piazza Risorgimento, Via Vittorio Emanuele, Piazza Falcone e Piazza Savona) e subito mi si materializza la bottega della casa vinicola Rivetto. Vabbè. Sconsolato tiro di lungo ricordandomi di essere lì solo per il tubero e di non avere un euro in tasca, inoltre. Cominciamo così la nostra peregrinazione tra le vie del centro e fiumane di abiti scuri (mai capita ‘sta cosa del vestirsi in tirissimo e di scuro, la domenica) con scie di profumi che manco la bava delle lumache. Alcuni però mandano su di giri, olè! Bel mi’ aroma di tartufo, ma dove sei?! Sì, perché oltre alle scie umane arrivano richiami culinari d’ogni tipo. Cose da perdere la testa e fanculizzare i faticosi allenamenti di Muay Thai in un lampo. Vabbè, intanto la mattinata – fredda e uggiosa come di dovere in questa stagione – è passata tra girigogoli e andirivieni, capatine nei negozi e nella moltitudine di bancarelle e stands, anche i Piazza Savona e all’attraente e un po’ appartato spazio dove campeggiavano fieri quelli del cibo lento aka Slow Food, con i Mercati della Terra.

Anfratto molto attraente quello di Piazza Pertinace, proprio davanti alla chiesa di San Giovanni. Al centro della piazza (piazzetta, meglio) il gazebo di Slow Food e della condotta albese. Molta la voglia di iscrivermi e partecipare, molti anche gli euri necessari…e poi converrebbe che m’iscrivessi alla condotta della Versilia, n’est-ce pas?! Ok, rimandato a tempi migliori.

Dopo lo stop mangereccio il pomeriggio è dedicato interamente al tartufo eccheccazzo! Quindi faccio rotta con mia mamma verso il Palatartufo, con ingresso in uno dei punti più affollati della città, Via Vittorio Emanuele. La scelta d’intrufolarsi nel primo pomeriggio (15:30 circa) risulta vincente, come avevo previsto a pranzo, tra forchettate di finissimi tagliolini all’uovo cosparsi di magiche scaglie di tartufo bianco. Godurie.

Entriamo lesti, ma calmi. Consci di aver già vinto e gasati perché oh, c’è da comprà il tartufo, mica discorsi. E senza farsi impalare rettalmente, se possibile. Il Palatartufo è una struttura coperta, ampia ma non grande, con gli stands disposti bene (parer mio, ovvio), un po’ ai lati esterni e un po’ al centro a formare un’ ellisse di soli tartufari duri e puri, il cui capo indiscusso era un omone baffuto e cappelluto, appena uscito da un romanzo di Tolkien. A metà fra un montanaro, un Hobbit e un Elfo. Ganzissimo. Molti stand vinicoli ed anche quello della Scuola Enologica “Umberto I” di Alba.

Alla fine acquistiamo il tanto agognato tartufo bianco e già che ci siamo portiamo a casa anche qualche tartufetto nero perché sai, già che ci sei, oh, ti vuoi fa’ manca’ quello nero!? E che sei matto?! E compriamo anche una ciotolata di bitorzoluti tartufetti scuri scuri!

All’uscita – o meglio alla ri-entrata – ci accolgono avvenenti fanciulle con due pacchi di spaghetti, che fan sempre comodo ma io, preso dal turbinio del tartufo e delle donne (do you remember Rino Gaetano?), ho chiesto perentorio: “sono al tartufo?” Poi ho afferrato i due pacchi, la sporta gratis e sono uscito per rientrare immediatamente in un secondo mini tendone. Tema: La pietra di Langa. Bello, soprattutto la piccola sezione sulla Ceramica di Mondovì.

Una volta usciti definitivamente ci siamo attardati in Piazza Risorgimento con gli sbandieratori e con la solita fiumana di gente in un altro par di vasche, fino alle 17:30.

Era l’ora di incamminarci verso il pullman e rientrare in Versilia chè oggi, lunedì, è una giornataccia e c’ho il cane che sta male come pochi, porca troia!

Però è l’ora di pranzo e intanto mangio un po’ di tartufo!

 

se capitate in Versilia a Novembre passate da Camaiore.

 

Sabato 19 e Domenica 20 infatti si terrà a Camaiore la terza edizione di PRIM’OLIO PRIMOVINO.

Saranno presenti produttori a Km0, espositori, associazioni, rappresentazioni musicali, la Condotta Slow Food Versilia, e tanto altro ancora.

Sul sito della manifestazione e su quello del Comune di Camaiore verranno via via inseriti aggiornamenti sul programma.

keep in touch, mates!