La pace insieme alla tempesta: Vivit – Vinitaly 2012

Sentirmi a casa anche nella bolgia del Vinitaly è una sensazione che pensavo di non poter provare e l’ho provata, invece, appena sono entrato al ViViT, il salone indipendente con 128 aziende biologiche e biodinamiche, italiane e straniere. Quello che nei mesi scorsi è stato motivo di grandi discussioni, anche  (soprattutto!) sui blogs e per il quale molte aziende hanno saltato le barricate delle due fiere alternative e non solo. Motivi commerciali? In parte è ovvio e del resto il vino è fatto per essere venduto, ma io credo – o per lo meno lo suppongo e un po’ lo spero – che dietro ci sia anche un po’ di voglia d’unità, voglia di sentirsi parte di un tutto che è quel calderone naturale dove, tra tante differenze reali e presunte, c’è anche molto in comune. E questo, a parere mio, che vale un soldo bucato, dovrebbe sempre prevalere.

Ma a parte i discorsi e le disquisizioni verbali e verbose al ViViT hanno parlato vini e produttori e passati i bicchieri un po’ troppo bollicine-style (ma cortesemente porti da avvenenti signorine, il che fa sempre piacere), i soffitti un po’ troppo bassi e le finestre un po’ troppo chiuse, la prima impressione avuta all’ingresso è stata quella della quiete di casa. Accidenti, è stata una folgorazione di pace interiore e non credo dovuta al fatto che ero appena stato nel vicino padiglione Emilia Romagna, già molto affollato alle 10:30 di domenica 25. È stata proprio l’energia emanata dalle persone presenti, calme, tecniche, interessate, cordiali, sorridenti. È stato un piacere per l’anima nel bel mezzo di una tempesta che sta agitando i vini naturali…o che li agiterà.

Ricordo con immensa goduria alcuni prodotti del consorzio Co.Vi.Bio., su tutti il Pignoletto frizzante sui lieviti dell’azienda Vigneto San Vito, i favolosi vini dell’amico Antonino “Nino” Barraco, Fulvio Bressan che ci sbicchiera un Pignol intramontabile e commovente, un sfilza di vini siciliani del consorzio I Vigneri, che mi hanno lasciato scioccato per la formidabile qualità. Poi Campinuovi e un Montecucco superbo, così come i Chianti old-style di Casale (che Riserva!), Camerlengo e l’omonimo Aglianico del Vulture, i vini dolci di Marco Sara e ancora il Frappato di Occhipinti (peccato che non c’era Arianna), le freschezze orientali di Boris Skerk , alcuni vini di Guttarolo, i gusti estremi di Cantina Giardino e i profumi inebrianti di Dettori. Ricordo ancora una sequenza di vini straordinari, quelli di Nikolaihof Wachau con un Veltliner 1993 fresco come fosse stato vinificato ieri, il millesimato L’Ame de la Terre 2003 di François Bedel, Pierre Frick col Sylvaner 2005, Cosimo Maria Masini ed un Daphné in grande spolvero e, fuori dal ViViT, la strepitosa gamma dell’azienda emiliana La Tosa, con la quale abbiamo cominciato la giornata.

Un grazie di cuore va a Federico Orsi (Vigneto San Vito – Co.Vi.Bio.) per la sua gentilezza, sperando di averlo presto a Viareggio per una super degustazione, a Nino Barraco che rivedo sempre con gran piacere e che ci tratta sempre come fossimo a casa nostra, all’accoglienza calda, ogni volta, di Fulvio Bressan, immancabile come il suo Jeeg Robot appeso al collo. Un grazie poi a Cosimo Maria Masini ed al suo nuovo enologo Alessio Farnesi, che hanno fatto da nostra casa-base, all’amico Urano Cupisti (Flipnews.org; Chaine des Rotisseurs) che ci ha fatto compagnia per qualche assaggio (è sempre un vero piacere e una vera scuola bere con te!). A Massimiliano, infine, (Vinoteca Rossorubino), gran compagno di scorribande enoiche…e ai suoi panini preparati ad hoc con prodotti immensi!

Finisco auto citando ciò che ho scritto pochi giorni fa su Enoiche Illusioni (se volete, qui):

[…]è necessario essere uniti per essere una voce, altrimenti si è solo dei flebili bisbigli, spesso contraddittori. Ecco perchè mi auguro che prevalga il buon senso e che col tempo s’arrivi all’unità, dentro o fuori Vinitaly[…]

E concludo concordando sempre con Jacopo Cossater quando scrive: “Niente sarà più come prima”.

I vini naturali non esistono e i vini agricoli non li hanno ancora inventati!

 

Ormai da anni va avanti la gara di virilità a chi ce l’ha più duro. No, non c’entra la Lega, c’entrano semmai le fazioni dell’enologia. Sì perché oramai è il caos più totale.

Voglio dire…c’è un grande affastellamento di discussioni e di diatribe, ci sono i produttori, quelli biologici e biodinamici che si schifano tra di loro, ma insieme schifano i convenzionali. E poi ci sono le associazioni dei produttori, c’è Viniveri che schermaglia con VinNatur e che si associa a Reinassance des Appelations. Poi c’è anche la neonata ed eterogenea Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (indipendenti da chi?) che ancora non s’è ben capito cosa sia, i viticoltori del CERVIM e del suo marchio Viticoltura Eroica e infine ci sono gli afferenti al distributore Velier e riuniti sotto la sigla Triple-A. Quest’anno ci sarà pure un gruppo, circa 100/150, che sarà presente al Vinitaly (ma questo, a dire il vero, mi fa anche piacere).

Poi ci sono le parole. Quelle parole che nell’era degli sms stile codice fiscale hanno perso buona parte del loro significato e non si più cosa indichino.

È l’era dei vini biodinamici (e ok, si capisce), dei vini biologici (e ok, si ricapisce), dei vini eroici (e ancora ok). Ma soprattutto è l’era dei vini naturali e qui no, scusate ma non si capisce.

Perché se l’agricoltura biologica e quella biodinamica sono codificate scientificamente e pertanto facilmente identificabili e la viticoltura eroica non è poi così difficile da comprendere, invece la metodologia di produzione “naturale” è una roba aleatoria senza un briciolo di codifica, a parte lo schifare la chimica, per lo più per partito preso.

Che poi per chimica s’intende un insieme  informe di sostanze – non per forza nocive – e tecniche atte a modificare profondamente le caratteristiche di un dato vino, snaturaldolo. Vi rientrano l’aggiunta di SO2, di tannini, enzimi e di prodotti per la chiarifica, così come alcune tecniche quali la microossigenazione, l’uso di lieviti selezionati e di chips (invece di mettere il vino in fusti di rovere si mettono pezzi di rovere nel vino in infusione: praticamente un thè alcolico alla vanglia). Questo così, giusto per dare un’idea generale.

Tralasciando la strisciante (e non poi più così tanto) idea del naturale = buono e sano che è una forzatura spaventosa e spaventevole nonché una presa per i fondelli nei riguardi del consumatore ignorante (cioè che ignora gli aspetti tecnici del mondo del vino), qualche fine studioso, vignaiolo, enologo, agronomo o chi per essi potrebbe spiegarmi cosa c’è di naturale nella produzione del vino?

No, lo chiedo perché a mio avviso non c’è nulla, ma proprio nulla di naturale. Infatti:

1)      In viticoltura i terreni vengono per lo più lavorati. In natura è l’opposto.

2)      La concezione agricola dell’uomo è l’opposto di come agisce la natura.

3)      La vite è una liana rampicante che è costretta in forme a lei non consone.

4)      La vite tenderebbe ad espandersi. In viticoltura si tende a contenerla.

5)      La vite è coltivata in monocultura. In natura la monocoltura non esiste.

6)      Il prodotto naturale dello schiacciamento di un acino è l’aceto.

7)      Il vino è un prodotto umano. Non della natura.

E tralascio tutti i punti sulla manipolazione del vino in cantina. E ce ne sarebbero!

Con questo, come ho già avuto modo di dire, non sono contro i vini c.d. “naturali”, ma anzi sto anche provando ad organizzare qualcosa in questo senso, tra l’altro. É che da addetto al settore capisco benissimo il tipo di concetto che c’è dietro questa parola, ma la mia formazione scientifica non mi permette di essere d’accordo col suo utilizzo per designare dei vini che di naturale, a conti fatti, non c’hanno una beneamata.

Ci vuole una codifica scientifica altrimenti parlare di vini naturali è solo fuffa. Aria fritta senza senso che alimenta discussioni infinite e fraintendimenti e aspre lotte di celodurismo enoico. Per non parlare della confusione nella testolina del consumatore. Eccheccazzo!

Chiamateli vini non convenzionali, chiamateli vini non industriali, chiamateli un po’ come volete. Chiamateli vini artigianali, piuttosto. Ma non chiamateli vini naturali, che è una boiata.

E non chiamateli neppure vini agricoli eh!

Che tanto lo so che prima o poi a qualcuno gli verrà in mente un termine così e allora sarà guerra aperta. E giù mazzate!

Quando non si trovano le parole giuste: vino, birra ed un problema comune

Foto from: Decanter.com

I processi fermentativi, siano essi riferiti al vino, alla birra o al pane, mi hanno sempre incuriosito ed attratto.

Se con il vino ho avuto una – se pur minima – esperienza, con birra e pane è per ora solo amore platonico.

Come al solito ieri sera fluttuavo assorto tra le spire del web, ben poco conscio dei percorsi fatti. Non ricordando (è nuova!) come ci sono arrivato leggevo un bel sito sulla birra –> Cronache di Birra

Scorrendo gli articoli ho trovato uno spunto interessante.

In questo post infatti si parla della problematica – comune assai anche al nostro settore – delle numerose definizioni date alle birre prodotte con la minima  aggiunta di sostanze varie e col minimo apporto tecnologico possibile.

Rilancio quindi per il vino.

Si chiacchiera tanto della terminologia migliore per quei i vini prodotti seguendo tutta una serie di accortezze – in vigna e in cantina – atte a limitare (a volte eliminare del tutto) l’aggiunta di sostanze terze oltre all’uva.

Se ne sente d’ogni tipo. Chi parla di vini naturali, vini veri, vini artigianali, biodinamici, biologici e quant’altro.

Ma, vi/mi chiedo, esiste una valida alternativa a queste definizioni e che meglio delle altre riesca a differenziare questo tipo di prodotti da quelli ottenuti con i processi detti convenzionali?