Le DOC sono realmente utili? Sono realmente rappresentative dei territori su cui insistono e delle relative tradizioni produttive? Hanno senso così come sono impostate o peccano di antiquatezza, rigidità e spesso assurdità? E le commissioni per esservi ammessi, sono in grado di fare il loro dovere anche in questi tempi dove l’evoluzione del gusto sta sfociando in mille rivoli e si riscoprono tecniche produttive dai risultati diametralmente opposti a quelli anni ’90?
Queste sono alcune domande, esplicite ed implicite, che hanno animato la discussione in questi ultimi giorni.
Io, non lo nego, sono molto scettico sulla reale utilità delle denominazioni italiane, soprattutto per come vengono gestiti i disciplinari e per come la politicizzazione lobbistica dell’agricoltura (come di tutti i settori produttivi del nostro disgraziato paese) porti alla nascita di vere e proprie stronzate (mi si passi il favellar scurrile, ma non ne trovo altra definizione così calzante) eno-politiche tipo dal DOC Sicilia e tante altre. Siamo oramai ad un punto in cui ho perso il conto delle denominazioni italiane. E questo non è bello.
Sarà forse un caso che molti produttori cominciano ad uscire dai consorzi di tutela e ad etichettare come vino da tavola? Bhè, in genere diventa una necessità per quei vini che non rispettano il disciplinare, penso ai vari macerati, ai non filtrati o ai vini col fondo, spesso figli di tecniche scomparse e poi riscoperte, ma oramai escluse dai disciplinari. In questo caso starebbe ai produttori non presentarli alla commissione d’assaggio per la DOC. Ma è sempre valido questo ragionamento oppure sarebbe necessario riflettere sull’eccessiva modernizzazione (che poi cosa voglia dire realmente non si sa) compiuta negli scorsi trent’anni dai consorzi (e quindi dagli stessi produttori), col risultato dell’esclusione di tecniche produttive antiche e magari strettamente tipiche di un determinato territorio?
E dei vitigni vogliamo parlarne? I drammi si susseguono di anno in anno. Porto ad esempio ciò che è accaduto tra 2009 e 2011 alla DOC Candia dei Colli Apuani, una piccola denominazione della costa apuo-versiliese. Costa che può vantare una bella tradizione nel produrre vini bianchi a base Vermentino e Albarola e rossi a base Vermentino nero (anche se questo vitigno ha avuto una vita altalenante). Il primo disciplinare del Candia risale al 1981 e prevedeva solo la categoria <<bianco>> dalle seguenti uve:
70%-80% Vermentino; 10%-20% Albarola ed il restante 15% suddiviso fra Trebbiano e Malvasia, con quest’ultima fino ad un massimo del 5%.
Manca la tipologia rossa, che avrebbe potuto essere a base di Vermentino nero, che è l’unico vitigno nel cui areale d’origine possano essere annoverate le colline costiere della mia Versilia. Ma come ho accennato poc’anzi questo vitigno ha avuto una vita difficile e dopo un quasi totale abbandono è stato riscoperto non molti anni fa ed ancora poche aziende, tra i Colli di Luni, la Lunigiana e la Versilia lo lavorano e lo sperimentano. Ma a parte la questione, particolare, sul Vermentino nero (che apprezzo particolarmente), il primo disciplinare era perfetto per quantità e per tradizionalità delle uve.
Poi la cafonaggine umana, la tanto blaterata internazionalizzazione del gusto, i tanto decantati vitigni migliorativi da inserire in ogni dove (nella Coca Cola no?) hanno fatto sì che si mandasse al macero un disciplinare che ancora reggeva, tutto sommato. E tra 2009 e 2011 la categoria <<bianco secco>>, quella più antica, principale, è stata resa inutile. Così:
minimo 70% di Vermentino, più un massimo del 30% a scelta tra i vitigni a bacca bianca idonei alla coltivazione in Toscana il che equivale a poterci mettere, a piacimento, Chardonnay, Ansonica, Colombana, Sauvignon b., Albana, Grechetto, Fiano, Durella, Muller Thurgau eccetera, eccetera, eccetera.
E dove sta la tipicità in tutto ciò? Dove sta il controllo dell’origine territoriale, quella “garanzia” di un prodotto tipico di quel preciso territorio, prodotto con metodi e materie prime tipiche, locali?
Ecco perché ritengo positivo, spesso, uscire come vino da tavola. Perché il vero declassamento sarebbe accomunare un vino fatto nel serio rispetto delle tradizioni con disciplinari senza senso come questo…e come troppi ce ne sono dalle Alpi alla Scilia.

