“Saslong”, Porter, Birrificio Trami

Bottiglia acquistata a “Il Senso della birra”. Impossibile ricordarmi il prezzo. La foto invece è presa dal sito del birrificio perchè stasera la macchina fotografica ha deciso di non funzionare. Niente foto figa, quindi. Stavolta dovete accontentarvi.

Il Birrificio Trami è stata, per me, una delle due rivelazioni de “Il Senso della Birra”, la principale ed unica manifestazione birraria della Versilia.

Volete sapere qual è l’altro birrificio da chapeau? Bhè, non ve lo dico. Per ora. (Questa cosa un po’ bastarda si chiama “cazzimma” ed ogni tanto sbuca fuori per ricordarmi le mie percentuali di sangue campano-calabro-pugliese).

E insomma dicevo di Trami. Sì, è un birrificio che ha prodotti buonissimi ed in modo particolare questa Porter color mogano, quasi nero. Morbida, rotonda, avvolgente. Un sorso pieno e godurioso di caffè tostato e di cioccolato fondente che, nonostante l’opulenza del sorso, non è affatto stucchevole ed anzi, gudagna qualcosa in bevibilità grazie ad un finale leggermente amarognolo.

Sarebbe la fine del mondo abbinata a dei biscotti artigianali che producono qui in Versilia e dei quali, per conflitto di interessi (o per spiccata cazzimma?), non vi dico il nome. Stimolo in più per farvi un giro da queste parti.

Una birra decisamente più votata all’inverno che alle afose serate di questa estate 2012, ma era l’ultima birra rimasta in casa e stasera avevo voglia di birra. Di buona birra.

Luppoli estivi

E così in queste serate ho avuto da fare. Tra pc, trincee di zampironi e vaneggiamenti da caldo africano ne ho approfittato per stemperare le arsure della gola. Con la birra. Artigianale, as usual.

Quindi ho gioito per aver fatto una buona scorta a “Il Senso della Birra” (per un po’ di foto qui e qui) ed ho portato in superficie un par di bevute di tutto rispetto.

“Caterpillar”, un’American Pale Ale di BrewFist (Italia) feat. Beer Here (Danimarca).

Zero marmellosità zuccherine, ma 33 centilitri di godimento amarognolo che la gola esplode in cori da stadio e vuvuzela a manetta. Un po’ troppo corta, forse. Ma visto il clima afro-infernale (do u remeber Scipione, Caronte and Minosse?) glielo perdono.

“Brockville Dark”, Mild Ale scozzese del Tryst Falkirk Brewery che nel 2006 si è aggiudicata il CAMRA 2006 Bottle Conditioned Champion Beer of Scotland.

Scura, tutta cioccolato e liquirizia. Non di gran corpo, ma soprattutto leggerissima. Cosa che per gli italici poco avvezzi alle birre serie è alquanto strana e infatti, di solito, come vedono un coloraccio scuro nel bicchiere pensano subito a bombe alcoliche pesanti come transatlantici.

Questa me la sto godendo mentre scrivo e quindi è bene che mi concentri sulla birra.

bye bye.

Hop Trials “Stella” – Tryst Falkirk Brewery

Questa birra è tutta lì, sotto una morbida spuma bianca, nell’arancio opaco di un sorso pieno di agrumi, melone, ananas e caramello con in fondo il luppolo amaro e fresco,  che è un bel refrigerio in un’afosa serata di fine giugno. Peccato che era l’ultima bottiglia.

Il Senso della Birra: sequel fotografico

Molti lettori ed amici mi chiedono altre foto della manifestazione brassicola viareggina per eccellenza. Eccole:

L’enorme e profumatissimo stand di Coletti e delle bontà della Garfagnana pt.1

Coletti pt.2

La Petrognola rulez. Grandi birre col farro autoctono della Garfagnana!

Bad Attitude, una delle più interessanti realtà birrarie degli ultimi anni. Tutta in stile americano.

Biren, birrificio fresco fresco di medaglia d’oro a Birra dell’Anno 2012, in catergoria 10.

E infine oh, c’era anche l’acqua. Questa è molto buona, ma è risaputo che a noi “ci fa ruggine”…quindi meglio berci su una buona birra artigianale, che male non fa!

 

alla ricerca del Senso della Birra.

Il Centro Congressi Principe di Piemonte, alias “Principino” per noi localz, è una bella struttura che s’eleva dalla spiaggia nella parte settentrionale di Viareggio,  proprio di fronte al medesimo hotel (comprensivo di ristorante monostellato) ed in questa location raccolta ed accogliente ho passato due intense giornate artigianali a cercare il senso della birra.

Invece che tediarvi con inutili discorsi a vanvera – già troppo presenti su queste pagine – lascio parlare le fotografie.

Al Centro Turistico “Il Casone” hanno dei macerati di frutta buonissimi!

I ragazzacci della Vinoteca Rossorubino con l’azienda amiatina “Lombardi & Visconti”: ratafià di pera picciòla a secchiate.

Il selezionatore di squisitezze Francesco Celso.

Una retrospettiva del Nik, preso a spiegare i suoi formaggi. Inutile dire che sono superbi.

Tea e Coffee House: se esistesse a Viareggio un posto così potrei impazzire, tra selezioni dei migliori the, tisane e caffè del mondo.

Il Piccolo Birrificio Clandestino è stata una scoperta che non ho mai smesso di bere.

Gli amici del Birrificio degli Archi, padroni di casa…

e quelli del Birrificio del Forte, anche loro a rappresentare la Versilia brassicola.

Trami, altra scoperta birraria da bere di continuo.

Maltus Faber, da Genova con furore!

Brewfist, è innegabile, ha delle birre buone e un’immagine ggiovane che piace!

La follia italo-scozzese di Mike Lemetti e di sua moglie, ideatori e promotori dell’Italian National Tartan, che hanno presentato la Tryst Falkirk Brewery.

E insomma, io ho girato tra gli stand, ho bevuto, mangiato e poi ribevuto. Ho importunato gente onesta che lavorava ed avventori assetati con domande e fotografie. Per due giorni ho terrorizzato gli organizzatori, per due giorni ho cercato il senso della birra. Di quella artigianale, s’intende. Forse non l’ho ancora scoperto…e forse perchè poi ognuno c’ha il proprio senso, come un po’ di tutte le cose.

E per voi qual’è il senso di questa birra artigianale, sempre più presente e sempre più apprezzata?

 

 

Gassa d’Amante / Birrificio del Forte

Spuma spumosa, gustossissima, bianca opaca. Color biondo del grano e una leggerissima frizzantezza.

Si ispira alle Blond Ale belghe ed è la birra “base” di questo birrificio artigianale versiliese (il secondo in ordine di tempo) che a pochissimo tempo dall’apertura sta già riscuotendo favori a destra e a manca. Giustamente. Un bel mix di frutta, anche tropicaleggiante, e un altro mix di fiori. Camomilla in prevalenza e poi ci sarà stata anche altra roba campestre che non so riconoscere; e forse non ne ho nemmeno voglia perchè intanto la birra va dritta dal bicchiere alla bocca.

L’amaro della luppolatura, non certo imponente, la rende degnissima d’esser tracannata alla grande. Scorrevolezza, come dicono sul sito i navigatissimi titolari. E c’hanno ragione.

Roba genuina, insomma. Niente pastorizzazioni nè filtrazioni e rifermentazione in bottiglia o in fusto.

Io ho bevuto il formato o,75l. A 12 euri in enoteca.

The Very Very Many Varieties of Beer.

Oh quante belle figlie, Madama Dorè

Così recita l’incipit di una famosa filastrocca per bambini, conosciutissima. E madama Birra di figlie aka stili ne ha veramente un numero spaventoso, tanto che non capirci una benemerita è all’ordine del giorno, per me che non sono un profondo conoscitore della materia. La vexata quaestio degli infiniti stili di birra è abbastanza un classico nell’ambiente, anche perchè ogni tot ne viene fuori uno nuovo, diramazione di quel sottostile che in principio era una tipologia di quell’altro tal stile. Insomma un macello, ovvio.

La riflessione mi è venuta commendando un post su Intravino dal titolo “Abbinamento vino-cioccolato: riuscite a far meglio di mr Domori?“, dove un intervenuto ha sollevato l’interessantissima (ancorchè non nuova) possibilità di abbinamento tra cioccolato e birra, al quale perentorio ho proposto – un po’ secondo il mio gusto, un po’ così a la voleé – una classicissima Stout (ovviamente per un cioccolato fondente, s’intende!). Poi mi sono messo a pensare a tutta la faccenda degli stili e di quanto mi ci confonda e mi sono ricordato che tempo fa, cercando degli sfondi per il mio desktop, trovai (e salvai) una fantastica infografica sugli stili della birra. Utilissima, specie ora.

E quindi eccole le millemila birre di Madama Dorè.

C’è chi aveva un fiuto eccezionale e chi è andato alla Fiera del Tartufo Bianco d’Alba

Mia madre dorme e intorno a me, ormai, c’è quasi silenzio. Solo un po’ di rumori ovattati che ronfano. Io, come al solito, ho gli occhi pallati di chi è biologicamente mattiniero ed abituato ad essere subito attivo. Mi guardo intorno incuriosito da scenari più o meno familiari, cullato dal dondolìo.

Sono più o meno le 6:45 e sono in pullman. Direzione Alba.

Alba vuol dire Piemonte, oh yes!  Vuol dire Langa e quindi Barolo, Barbera, Dolcetto, vuol dire robiola, funghi, nocciole e Ferrero. Vuol dire ovviamente anche Tartufo Bianco.

Io questa domenica ero lì per quello, per quel tuber magnatum che si contende lo scettro di più pregiato al mondo con quello Nero di Norcia o tuber melanosporum. C’è chi s’accapiglia non poco per difendere l’uno o l’altro. A me importa poco. Non so quasi una cippa di tecnicismi tartufari e purtroppo (o menomale) le tipologie più diffuse del tuber mi piacciono assai, siano esse placcate oro o ritenute scrause come lo Scorzone o il Bianchetto Marzolino.

Ehi! Bando alle ciance che Alba è ormai intorno a noi, parcheggiati ad un nanosecondo dall’imbocco di Via Cavour. Sulla destra, in Piazza Medford, un circolo di stands giallo-verdi. Rappresentativa brasileira? No! I produttori di Camapagna Amica (by Coldiretti), con un sacco di prodotti interessanti e che si riproporranno poi nel centro storico: ortaggi multicolori, mieli deliziosi, vini (che non ho assaggiato), olii, tante buonissime nocciole e le immancabili castagne, mon amour!

Già gremita di gente e banchi d’ogni tipo Piazza Garibaldi immette nel vivo della manifestazione (Via Cavour, Piazza Risorgimento, Via Vittorio Emanuele, Piazza Falcone e Piazza Savona) e subito mi si materializza la bottega della casa vinicola Rivetto. Vabbè. Sconsolato tiro di lungo ricordandomi di essere lì solo per il tubero e di non avere un euro in tasca, inoltre. Cominciamo così la nostra peregrinazione tra le vie del centro e fiumane di abiti scuri (mai capita ‘sta cosa del vestirsi in tirissimo e di scuro, la domenica) con scie di profumi che manco la bava delle lumache. Alcuni però mandano su di giri, olè! Bel mi’ aroma di tartufo, ma dove sei?! Sì, perché oltre alle scie umane arrivano richiami culinari d’ogni tipo. Cose da perdere la testa e fanculizzare i faticosi allenamenti di Muay Thai in un lampo. Vabbè, intanto la mattinata – fredda e uggiosa come di dovere in questa stagione – è passata tra girigogoli e andirivieni, capatine nei negozi e nella moltitudine di bancarelle e stands, anche i Piazza Savona e all’attraente e un po’ appartato spazio dove campeggiavano fieri quelli del cibo lento aka Slow Food, con i Mercati della Terra.

Anfratto molto attraente quello di Piazza Pertinace, proprio davanti alla chiesa di San Giovanni. Al centro della piazza (piazzetta, meglio) il gazebo di Slow Food e della condotta albese. Molta la voglia di iscrivermi e partecipare, molti anche gli euri necessari…e poi converrebbe che m’iscrivessi alla condotta della Versilia, n’est-ce pas?! Ok, rimandato a tempi migliori.

Dopo lo stop mangereccio il pomeriggio è dedicato interamente al tartufo eccheccazzo! Quindi faccio rotta con mia mamma verso il Palatartufo, con ingresso in uno dei punti più affollati della città, Via Vittorio Emanuele. La scelta d’intrufolarsi nel primo pomeriggio (15:30 circa) risulta vincente, come avevo previsto a pranzo, tra forchettate di finissimi tagliolini all’uovo cosparsi di magiche scaglie di tartufo bianco. Godurie.

Entriamo lesti, ma calmi. Consci di aver già vinto e gasati perché oh, c’è da comprà il tartufo, mica discorsi. E senza farsi impalare rettalmente, se possibile. Il Palatartufo è una struttura coperta, ampia ma non grande, con gli stands disposti bene (parer mio, ovvio), un po’ ai lati esterni e un po’ al centro a formare un’ ellisse di soli tartufari duri e puri, il cui capo indiscusso era un omone baffuto e cappelluto, appena uscito da un romanzo di Tolkien. A metà fra un montanaro, un Hobbit e un Elfo. Ganzissimo. Molti stand vinicoli ed anche quello della Scuola Enologica “Umberto I” di Alba.

Alla fine acquistiamo il tanto agognato tartufo bianco e già che ci siamo portiamo a casa anche qualche tartufetto nero perché sai, già che ci sei, oh, ti vuoi fa’ manca’ quello nero!? E che sei matto?! E compriamo anche una ciotolata di bitorzoluti tartufetti scuri scuri!

All’uscita – o meglio alla ri-entrata – ci accolgono avvenenti fanciulle con due pacchi di spaghetti, che fan sempre comodo ma io, preso dal turbinio del tartufo e delle donne (do you remember Rino Gaetano?), ho chiesto perentorio: “sono al tartufo?” Poi ho afferrato i due pacchi, la sporta gratis e sono uscito per rientrare immediatamente in un secondo mini tendone. Tema: La pietra di Langa. Bello, soprattutto la piccola sezione sulla Ceramica di Mondovì.

Una volta usciti definitivamente ci siamo attardati in Piazza Risorgimento con gli sbandieratori e con la solita fiumana di gente in un altro par di vasche, fino alle 17:30.

Era l’ora di incamminarci verso il pullman e rientrare in Versilia chè oggi, lunedì, è una giornataccia e c’ho il cane che sta male come pochi, porca troia!

Però è l’ora di pranzo e intanto mangio un po’ di tartufo!

 

Viareggio e Norimberga hanno un fattore comune: la birra.

 

Una delle birre artigianli del viaregginissimo Birrificio degli Archi infatti sarà inviata al prestigioso concorso European Beer Star Award 2011, come potete leggere qui.

complimenti agli amici del Birrificio degli Archi!

 

La Garfagnana nella birra.

Ieri pomeriggio mi sono trovato a fare un po’ di spesa alla Coop, complici una serie di circostanze semi-casuali. Varie vasche cercando alcuni gustosi prodotti che sapevo di poter trovare solo lì, quando ecco la sorpresa. Dallo scaffale brassicolo sbuca un po’ in ombra una bottiglia che riconosco.

È la Birra Artigianale di Farro prodotta dal Birrificio La Petrognola (l’accento sulla seconda o) in quel di Piazza al Serchio (LU). In questo caso nella versione per il Consorzio Produttori di Farro della Garfagnana.

Da non confondersi con la versione 100% Farro, questa è la versione in cui il cereale garfagnino è presente solo in parte, lasciando spazio anche al classico malto d’orzo e spesso la trovate indicata anche come “Ambrata al Farro”.

Ambrata, giusto, proprio come il colore che si palesa nel bicchiere alla mescita. Quasi tendente all’arancio tanto da lasciar presagire i profumi dominanti. Una certa eleganza in questo colore opalescente a causa dell’assenza di pastorizzazione e di filtrazione.

Io di birra capisco poco, lo premetto, ma è sufficiente per apprezzarne i variegati profumi di fiori iniziali, che presto lasciano il posto ad un mix che più che citrico (come spesso si trova indicato) io definirei assolutamente agrumato, fresco, frizzante e ben intriso anche di pera tanto da avermi ricordato certi mosti grossetani in pre-fermentazione.  Una delizia. Media la CO2 ed anche la schiuma, pur avendo una sua, se pur delicata, consistenza. Me ne è piaciuto decisamente il finale. Leggero, diritto verso un delicato amaro di agrumi e luppolo che come si suol dire pulisce la bocca, di giustezza.

Soprattutto è buona e poi sul portale Ilmangiaweb.it ci trovate anche un bel video!