quei talebani biodinamici di Avignonesi.

Quella storica e storicamente “convenzionale” azienda del Vino Nobile di Montepulciano che è Avignonesi si sta convertendo totalmente alla biodinamica. Un’azienda di 115 ettari, voglio dire. E quando avviene una cosa del genere significa che la vexata queastio dell’approccio coscienzioso alla manipolazione del suolo, delle piante e dell’uva è seria. Molto seria. Molto più che le diatribe tra moderni Guelfi e Ghibellini!

Ecco…così, era giusto per farvelo sapere.

3×4: come scolarsi il prodotto senza essere ubriachi? È farlo a puntate! (3×4)

THE END

Quarta ed ultima puntata di questa serata infinita al Rossorubino. Siete pronti? Siete ancora sobri?

Si parte per l’ultimo sprint:

IGT Toscana Colorino, “Colorino dal Corno” 1999, Tenuta il Corno
Anche questo irriconoscibile. Una lieve nota di peperone e di spezia che col tempo lascia il posto ad un bel frutto polposo di marasca e mora. L’alcolicità forte ed il tannino evidente, ma delicato, lo rendono davvero bevibile.

IGT Maremma Toscana, “Tuttocuore” 2007, Capua Winery
Liquirizia e ricordi di cioccolato e zolfo. Anche il classico stampo del Sangiovese di età c’è tutto. La viola, la mora, un tocco di marasca e di prugna. Un vinone old style.

DOC Malvasia di Bosa, 2003, Cooperativa Viticultori della Planargia
Miele e albicocca, il tutto ossidato. Ricorda anche la pesca sciroppata. Poi viene fuori una gamma tostata di frutta secca, dalla nocciola alla mandorla. L’aromaticità risente un po’ del millesimo, ma comunque resta un bel corredo e questo sviarti vestendosi da vinone dolce quando in realtà è secco alla grande.

f  i  n  i  s  h
_____________________________________________________________________________________________

Nuove news di maratone enologiche viareggine arriveranno presto.
Cominciate ad allenarvi, va’.

3×4: come scolarsi il prodotto senza essere ubriachi? È farlo a puntate! (3×3)

La puntata coi fattori palindromi non poteva essere standard. E questo è chiaro.

Meno chiaro è come farete a didascalizzarmi il Trogolaio e il Giacchè.  Fate vobis.

DOC Friuli Aquileia Merlot, 2010, Cortona
Il Merlot si riconosce subito per l’erba tagliata con cui si rivela nel bicchiere, ma finisce lì. Dopo decide di nascondersi e non lo riconosceresti mai, appollaiato com’è tra note balsamiche ed officinali, che col tempo lasciano emergere anche un’intrigante liquirizia.

“Sangiovese, Trogolaio 2008”*
Parte con un set floreale poco riconoscibile, erbaceo e fresco, che tende all’ossidativo e a sprazzi fa capolino una punta di lievito. In bocca è piccante. Ha un tannino al tempo stesso presente e vellutato che quasi appare frizzante. Col tempo si apre e si espande verso note terrose e poi di sherry e ciliegie sotto spirito.

*Che fosse un Sangiovese non l’avrebbe riconosciuto nemmeno chi ha più di 100mila vini (ogni riferimento è. Punto.) sul groppone, parola mia. Un vino “sperimentale” e non etichettato. Ecco il perché del nome tutto tra virgolette. È stata una bevuta davvero ardua e allo stesso tempo didattica, nel senso: “Ogni tanto il vino va per la sua strada. Perchè è una materia talmente viva che non sempre puoi incasellarne gli aspetti con paletti fatti di termini ed aggettivi standard.” (questa è una mia massima e se volete ve la vendo a caro prezzo: 100mila euri. In vino, s’intende). Ed ecco un caso in cui il Sangiovese ha davvero fatto come gli è parso, della serie: didascalizzami il Sangiovese.

“Giacchè, 2011″
Come il Trogolaio questo è vino sperimentale. Primo perchè ha appena un paio di mesi, poi perchè dentro c’è 1/3 di Trebbiano ed infine perchè…voglio dire, lo conoscete il vitigno Giacchè? Io no, almeno fino al 20 dicembre*. Comunque si presenta nero, impenetrabile. Sa quasi di ridotto, con un che di legnoso che si mixa a questo accenno di zolfo e lieviti, vinoso tanto che ricorda i profumi del vino durante i rimontaggi. Poi evolve, chè è vivo e vegeto questo vino, prende una nota balsamica  e speziata che non mi sarei mai aspettato e che stento ad indagare tanto è cangiante e  complessa.

*Il produttore, presente alla cena, mi ha detto che il Giacchè è un antico vitigno laziale. Finito non si sa bene come a far da uva da colore nella zona del DOC Candia dei Colli Apuani e poi arrivato a lui, a Vallecchia (frazione del comune di Pietrasanta, in Versilia), tramite un amico. Mi dice poi che questo Giacchè è una pianta formidabile, con una fortissima vigoria che potrebbe essere usata come portinnesto tanta è la facilità con cui radica. L’agronomo Alessandro Marino Merlo aggiunge poi che necessita di potature molto lunghe per andare in produzione. La Versilia c’è, ragazzi, e comincia a sfornare delle mini chicche. Io l’ho sempre detto anche in tempi non sospetti.

3×4: come scolarsi il prodotto senza essere ubriachi? È farlo a puntate! (3×2)

Sì, avete ragione, la puntata 3×2 va tremendamente a braccetto con le offerte dei supermercati.
Mentre mi cospargo il capo di cenere, leggete dei vini, va’.

DOCG Vernaccia di San Gimignano, Montenidoli, 2009
Caldo e col tempo più complesso, con una vena speziata e balsamica, che in bocca ricorda la polvere.Un bel vino che parrebbe sapido già al naso. E invece ti frega perché in bocca non lo è. È complesso e lo lascio riposare. Faccio bene quando capisco che s’è evoluto nel bicchiere addolcendosi e prendendo un certo grado di ossidazione che lo rende intrigante.

DOC Friuli Grave Refosco, Borgo delle Oche, 2008
Bevuto alla giusta temperatura è un vinone corpulento e potente. Scarica delle spallate niente male, fatte di legno ben bilanciato, di spezia e di alcol. Poi si evolve, si ingentilisce rimanendo potente con una massa di frutti complessa, tra cui però emerge la mora.

ps Noterete che questa seconda puntata ha solo 2 vini. I fumi dell’acol ed il post degu m’hanno giocato un brutto scherzo e quindi in realtà le bottiglie non sono 12 ma 11. Vabbè…mi ricorspargo il capo di cenere e con questo post vi auguro di passare un gran finale d’anno. Ci vediamo nel 2012 su Genuvino con la terza puntata di 3×4 e tante altre novità.

3×4: come scolarsi il prodotto senza essere ubriachi? È farlo a puntate! (3×1)

Sommario:
•    Metti un’enoteca viareggina con dei titolari vulcanici e fuori dalle righe.
•    Aggiungi un po’ di gente allegra…che il ciel l’aiuta. Si sa!
•    Aggiungi una mailing-list che tiene aggiornata ‘sta gente. (tranne me, ovvio)
•    Aggiungi infine l’obbligo categorico incontrovertibile di portare bottiglie cieche, possibilmente biologiche/biodinamiche…ma non per forza.
•    Mescolare bene, a fuoco lento, fino ad ottenere ‘sta robina qua:

Vino Spumante Brut , “Hispida” 2008, Castello di Lispida
Crosta di pane, bruciato, fumo, lievito, sapori marsalati che ricordano un vin santo. Apre irruente, poi si calma, quasi svanisce. Col tempo si apre, muta forma, diventa delicato, mixando i soliti sapori da vin santo ad un’asciuttezza sbalorditiva.

DOCG Gavi , “Pisè” 2009, La Raia
Attacca con una sensazione agrumata particolarissima, poi volge al minerale, al sapido. E’ un vino che ti ripulisce, così. Corto e secco. Senza fronzoli.

DOC Verdicchio di Matelica, “L’Anfora” 2010, Belisario
Pungente di idrocarburi, di medicinale, quasi di canfora a volte. Il tutto condito da una salinità che percorre tutta la bevuta.

Pick your poison! Il vino e la birra giusti per Halloween.

Ottobre è agli sgoccioli, l’aria è pian piano più pungente e le giornate s’accorciano. Novembre e l’inverno ci attendono. Ormai ci siamo. A cosa? Ma ad Halloween, no!?

La festa ammeregana (che poi ammeregana non è) zeppa di ogni feticcio orror-thriller-splatter che più ce n’è meglio è. Accozzaglie, intendo, di vampiri sanguinosi, streghe baffute, fantasmi, zucche incazzate, maschere d’ogni genere che manco a Carnevale, neo goticismo e poi neo celtismo, neo cazzismo, maghe, stregoni, le donne, i cavallier l’arme e gli amori….ah no!, questo è Ariosto. Pardon. Vabbè, comunque avete capito. Tutto tende al nero-arancio e sa di zucca. Anche sul sito de Il Corriere delle Sera lo speciale è dedicato al “Menu di Halloween”. E mi va anche bene. Chè c’è da fare audience.

Ma cosa si può bere per Halloween? Vino o birra?

E voi cosa berreste che non abbia l’etichetta nero-arancio e che possibilmente non sappia di zucca?

Favorire gli acquisti di vino nell’era 2.0: a Milano (forse) si può.

Venerdì sera stavo facendo il punto degli eventi per i prossimi mesi. Obbiettivo: provare ad organizzarmi e forse forse sto facendo qualche passetto avanti. Per adesso ho messo in calendario Il Desco (che mi è vicinissimo) e Semplicemente Uva per novembre e – per dicembre – il Mercato dei Vini, che mi interessa perchè è la prima vera uscita pubblica della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI). Per il momento c’è ancora un punto interrogativo su Vini di Vignaioliche, nonostante sia a non molti chilometri dalla mia Versilia, cade quando potrei essere in Umbria.

Indagando nei vari siti, attento soprattutto alla possibilità di accredito stampa anche per noi poveri wine-writers da quattro soldi, mi ha colpito molto un’iniziativa di Semplicemente Uva dedicata ai nerds e agli infottati con la tecnologia:

Un’agenda elettronica sul proprio telefono cellulare, dove segnare e votare i vini assaggiati grazie alla tecnologia del QR-CODE.

L’agenda è dotata di uno shop al cui carrello è possibile aggiungere/togliere i prodotti che si ha intenzione di acquistare prima di andarsene.

Una volta giunti al Check Out della fiera si potrà proseguire verso le casse per confermare gli acquisti.

Consegna immediata o spedizione at home. Fate voi.

Per chi come me è rimasto alla preistoria dei cellulari, per chi è un anti-smartphone o per chi non ci capisce una mazza…c’è comunque il “metodo don Gennaro Capuozzo: vecchia scuola“: carta e penna.

Famolostrano n.2 (ma non poi così tanto)

Foto from: Viaggi di Nozze, di Carlo Verdone. Anno 1995.

Non poi così tanto perchè la notizia riportata dalla newsletter ordierna del Gambero Rosso “Tre Bicchieri” è da scindere in due.

La prima notizia flash riporta come “strana” la tecnica di non defogliare la vite per preservare i grappoli da un’eccessiva insolazione:

A Populonia (Livorno) la Tenuta Poggio Rosso (7 ettari per una produzione di 16mila bottiglie) si affida all’effetto-ombra. Di che cosa si tratta? “Ho cominciato con il lasciare più foglie in pianta – spiega a Tre Bicchieri il presidente Diego Monelli – e così le mie vigne si sono ritrovate protette dal sole tremendo di agosto. In questo modo ho evitato la vendemmia anticipata e i grappoli sono rimastu sulle piante fino al grado ottimale di maturazione”

Signori del Gambero Rosso, o nella DOC (all’epoca) – neo DOCG Montecucco – c’è qualcuno avanti cent’anni oppure mi sa che dovreste aggiornarvi un poco.

Già durante il mio stage (e varie peregrinazioni ante e post) da Salustri, in quel di Poggi del Sasso (Cinigiano), il patron Leonardo Salustri ci spiegava il suo pensiero secondo cui in estate sarebbe meglio evitare sia la potatura verde che   la defogliatura intorno ai grappoli. Era l’estate del 2007.

Quindi questa notizia viene bocciata e non può rientrare nel vero Famolostrano!

A differenza invece della seconda notizia flash, quella secondo cui

A Terrossa di Roncà Verona, invece, l’azienda agricola Fattori (57ettari per 220mila bottiglie) raccoglie i primi frutti di una sperimentazione a base di semi di pompelmo e oli essenziali importati da Israele.

infatti

Gli oli essenziali sono veri e propri sostitutivi delle sostanze chimiche che agiscono su malattie come la peronospora e oidio – spiega il presidente Antonio Fattori – i semi di pompelmo, invece bloccano e isolano i grappoli già andati a male. Bastano cinque trattamenti sulla foglia tra maggio e luglio con erogatori tradizionali”

Sempre secondo il proprietario così facendo si otterrebbe il cosiddetto “Effetto Hammam

“con una vigna che odora di piante aromatiche.”

Questo sì è che è FCR: Famolostrano Concentrato Rettificato!

Certo questa presunta tecnica antiparassitaria mi lascia molto, molto perplesso.

Famolostrano n.1, ovvero delle spumantizzazioni dove meno te le aspetti. (l’importante è non chiamare il vino Erza!)

Un giorno di luglio con aria settembrina fresca e frizzante (sigh!) di salmastro mi sono tornate in mente le belle sensazioni  provate durante due vacanze in campeggio con amici. Una bislacca e irrefrenabile voglia di una tenda igloo sopra la testa mi ha afferrato. Impossibile resistere. Complice un piacevole documentario della trasmissione “Alle falde del Kilimangiaro” in poche ore mi sono organizzato una tre giorni in solitaria sull’Isola di Krk (Croazia), che sapevo già rinomata per la bellezza del suo mare, dei suoi paesini, della sua natura . .e del suo vino, prodotto per lo più con il vitigno bianco Vrbnicka Zlahtina dei vigneti dell’entroterra di Vrbnik (it. Verbenico), sulla costa orientale dell’isola.

La spasmodica ricerca di informazioni utili alle mie peregrinazioni tra borghi, immersioni e aziende vinicole mi porta sul sito dell’Ente del Turismo dell’Isola di Veglia (nome italiano di Krk).

Tra le molte cose guardate e lette mi colpisce la notizia di un vino spumante a base Zlathina, affinato a 30 m sotto la superficie del mare e commercializzato con tanto di incrostazioni sulle bottiglie, il Valomet Morski.

Leggo che la produzione è nata dalla positiva esperienza avuta con un esperimento del 2006, condotto dall’associazione agricola di Vrbnicka.

Sul sito dell’associazione si trovano anche alcune – scarne – specifiche tecniche:

vigneti: Krk

cultivar: Zlathina bianca

alcool: 11,0 – 11,5 % vol.

zucchero: < 1g/L

In base al residuo zuccherino sarebbe un extra brut (tra 0 e 6 g/L )

Tenendo però conto che, come si apprende dall’Ente del Turismo, a differenza degli altri vini spumanti (anche in versione rossa!) a cui viene aggiunto lo sciroppo di dosaggio (per i fighetti filo francesi liqueur de dosage o liqueur de expédition) nel Valomet non c’è aggiunta di alcunché causa la naturale dolcezza della Zlahtina può essere anche definito – forse più giustamente – un dosaggio zero (pas dosé, si vous préférez).

Avrei voluto sentirlo e poi parlarne, ma per una serie di motivi la tre giorni è andata a farsi friggere. La voglia dell’Isola di Krk in compenso mi è rimasta dentro e mi sono ripromesso di andarci ad ogni costo la prossima estate.

Passano i giorni di un luglio snaturato da un meteo fòriditèsta! . . . 28 luglio 2011, ora imprecisata (nel senso che non me la ricordo!).

Apro internet e dopo pochi istanti sulla barra Fedd RSS integrata nel mio browser Firefox (una ganzata mica da poco!!) appare: “Pigato Metodo Classico in cave? No. In grotta

Delafia! Allora il famolostranismo della spumantizzazione non ha contagiato solo i vignerons di Krk?!

Mi  catapulto a leggere l’articolo di Virgilio Pronzati (if u want qui) e dopo aver terminato mi rispondo da solo: No, perché in un posto di mare altrettanto bello quel gran produttore che è Ugo Basso ha pensato bene di far affinare il suo ultimo nato, uno spumante metodo classico 100% by Pigato vineyards, nientepopòdimenochè nelle magnifiche Grotte di Troiano.

Posso aggiungere ben poco a quanto scritto da Pronzati su Tigulliovino.it . . . la scelta di Basso non sarà forse estrema come quella dei vignaioli subbaqqui di Krk, ma certo rientra di gran carriera nel “Famolostrano!” e romanticamente mi riporta ad una frase d’un film che amo e che bastardamente reinterpreto per l’occasione, volgendola a mo’ di domanda: Italia-Croazia. Una fazza, una razza?!

Ah, ditemi un po’. . . avete capito a che film mi riferivo?