IGT Venezia Giulia Traminer aromatico, 2010, Borgo delle Oche

Cosa vi aspettereste da un Traminer coltivato nelle Grave friulane?

Io, proprio quello che ho sentito in questo bicchiere d’un bel giallo intenso.

Una freschezza invidiabile. Frutta mista e rosa all’inizio, poi svolazzi di agrumi, un tocco di frutta secca e canditi. In bocca una maggiore maturità del frutto ed un sorso delicato, a tratti quasi burroso, alcolico, in un crescendo che lo rende armonico, giustamente profondo.

Un’altra bottiglia godibilissima in questa estate così torrida e parca di refrigerio.

Spumante Brut Metodo Classico “Terra & Cielo”, Borgo delle Oche

Millesimato 2009, sboccatura 2011.

Chadonnay 75%, Pinot Nero 25%

Bottiglia acquistata ad ottobre in azienda. Il prezzo non lo conosco, ha offerto mio zio, valvasonese doc ab immemorabili.

Bel colore giallo vivace, spuma delicata. Idrocarburi, lieviti – sui quali permane 21 mesi – e poi agrumi, col limone che prevale, sommesso, mai dirompente. Un soffio di vaniglia per un sorso non troppo profondo, ma a tratti delicatamente setato.

Bel vino delle Grave friulane.

IGT Toscana Bianco, 2011, Vino del Feudo Ghelardini

Bottiglia acquistata in azienda. 8€ (la titolare, Marina, me l’ha messo meno – ho speso 20€ per tre bottiglie – forse perchè mi ha visto giovane viticoltore squattrinato, alla ricerca di vigne nella zona con l’esuberanza e l’avventatezza di chi non calcola la pazzia che sta facendo…o forse perchè le sono rimasto simpatico, bho?!)

Dentro potrebbe esserci il classico blend dei colli di Candia, Vermentino, Trebbiano e Malvasia. Forse anche altro, che ignoro.

Qua la macerazione si sente tutta, nel mezzo di frutta secca, rosmarino, pietra focaia, minerali e una punta, sommessa, di aromaticità. Frequentando assiduamente la zona collinare di Montignoso, la Palatina, da cui proviene questo bianco, ci riconosco il profumo tipico di quelle colline assolate, coltivate a terrazze inerbite a un tiro di schioppo dal mare. Un miscuglio indefinibile di salmastro, macchia mediterranea, erba arsa dal sole e soprattutto l’odore di quella terra rossastra impastata di piccole pietruzze, sciolta, ardita come chi la lavora, gravida di grappoli. Un po’ di acidità in più non guasterebbe, ma tutto sommato è un buon vino.

Punti e appunti di una serata con Andrea Kihlgren

Come mi avevano anticipato Luigi Fracchia (Gli amici del bar), Vittorio Rusinà (Tirebouchon) e Francesco De Franco (‘A Vita, Cirò) Andrea Kihlgren è una persona squisita, dalle maniere signorili e composte, ma non per questo senza un pensiero preciso e deciso su ciò che fa. Sul vino, e su ciò che gli sta attorno. Quello che colpisce di Andrea è che, nonostante l’essere un viticoltore biodinamico e, quindi, dai più identificabile come seguace di un qualcosa di strambo e incomprensibile, è estremamente razionale e con i piedi ben piantati per terra, in quella terra salmastra dalla quale nascono i suoi vini e che lui cura e rispetta più d’ogni altra cosa. Condensare tutte le piacevoli chiacchiere della serata non è cosa semplice ed io non ho doni da scrittore nè da giornalista, per cui eccovi un post in punti fatto con gli appunti presi. Non renderà certo l’idea e per questo vi invito a scambiarci due parole appena potete.

-L’azienda, Santa Caterina, comprende 8 ettari di vigna sull’omonima collinetta, oggi completamente inglobata dalla città di Sarzana.

-Prima apparteneva alla mia famiglia materna, i Picedi Benettini, ed era una classica tenuta con poderi e terreni oggi accorpati e coltivati interamente a vigneto.

-Il Vermentino, a differenza di altri vitigni bianchi, ha due obblighi per esprimere il meglio di sé: essere coltivato in zona collinare e essere vicino al mare, proprio di fronte possibilmente. Per guardarlo e sentirne la brezza salmastra e le correnti calde.

-I due Vermentini della serata sono molto diversi. Uno è vinificato in bianco, in modo classico. L’altro fa invece un po’ di giorni, circa 12, di macerazione sulle bucce

-Anche se la vinificazione in bianco è l’ideale per un vitigno come questo, ci sono condizioni in cui la macerazione può essere anche superiore e permette degli interessanti arricchimenti espressivi senza appesantire il vino. Forse spesso si eccede anche troppo con la tecnica macerativa, un po’ per novità, un po’ per moda.

-L’importante, però, è non standardizzare il vino con stupidi protocolli…per il resto tutto ci sta.

-Altro punto importante, non solo per il Vermentino, è mantenere la piacevolezza e la delicatezza del bere, che è irrinunciabile, a differenza della concentrazione.

-La campagna ce l’avevo dentro fin da bambino e ventun’anni fa ho cominciato ad occuparmi dell’azienda su richiesta di mia madre. Prima titubante, poi sempre più deciso.

-Cercavo un’esigenza di semplicità in un mare di complicazioni e così in campagna ho eliminato tutto e sono tornato solo ad usare un po’ di rame e zolfo, tra i vituperi generali e la paura di cosa sarebbe potuto accadere.

-Poi una cosa tira l’altra e dopo circa due anni ho scoperto la biodinamica con Francesco Saverio Petrilli.

-La biodinamica è un’ottima attività propedeutica alla sensibilizzazione di noi stessi innanzitutto e nella biodinamica ho incontrato le persone più competenti riguardo al suolo.

-La biodinamica ed il biologico  hanno però poco senso, se vogliamo. Dire “un vino biodinamico” non ha senso perché la biodinamica riguarda solo il campo e non arriva in cantina.

-Il biologico dice che tutto ciò che è vegetale è buono, ma non è sempre così. Basti pensare al piretro o al rotenone.

-La biodinamica è un altro mondo, molto complesso, in positivo. Ed è complesso perché non c’è una verificabilità delle prove, ma ci sono delle evidenze e dei risultati lampanti.

-La biodinamica si prefigge la rivitalizzazione e il mantenimento della vita, intesa come equilibrio del suolo. Come un regolatore.

-Una volta capito il senso e il punto della maturazione dell’uva, i vini in cantina non hanno bisogno di nulla o quasi. La questione riguarda solo una piccola quantità di solforosa prima dell’imbottigliamento. Serve solo per proteggere il vino una volta tolto dal suo ambiente, quando subisce uno shock notevole.

-Se ogni volta si trucca il vino non si sa mai come avrebbe potuto essere e magari sarebbe stato anche meglio.

-Rame e zolfo sono le uniche armi che abbiamo contro oidio e peronospora, ma non sono poi così gravi.

-Lo scrupolo vero è nell’uso del rame perché va nel suolo e danneggia la flora fungina. Poi questo dipende anche dal pH del suolo. Dove è acido, come in Germania, è un grande problema. Da noi lo è meno perché il pH del suolo è più basico.

-Naturale è un termine improprio, ma come chiamare allora i vini naturali? Bisognerebbe aprire un confronto all’interno del mondo del vino naturale perché nei processi di vinificazione la naturalità è che non ci sia alcun intervento tecnologico, né con prodotti. E non ci sono esiti scontati.

E neppure i vini di Andrea sono scontati. Il Vermentino 2010, vinificato in bianco, infatti t’invade di freschezza e in mezzo a mille profumi mediterranei e campestri c’è quella leggera speziatura e quella sapidità tutta minerale che ne fanno una bevuta tagliente e allo stesso tempo delicata, come quelle cui accennava Andrea. Il Vermentino “Poggi Alti” 2010 è la versione macerata ed è bicchiere più maturo, più fragrante, con una pienezza gustativa notevole, tra albicocche, thè e camomilla e una lunghezza infinita. Il Fontananera è un 2010, Merlot e Ciliegiolo che si presentano ridotti, per caratteristiche proprie della loro vinificazione. Ma quando si aprono mostrano tutta la stoffa di questa bottiglia dalla beva struggente e dall’eleganza del tatto, mai invadente, dalla speziatura del gusto, in un cangiare continuo verso caffè e cioccolato da aspettare, a fine bicchiere. Il legno dei tonneaux dove affina il Ghiarétolo, Merlot in purezza del 2009, si percepiscono appena perchè il campo è dominato da un frutto d’una freschezza sbalorditiva, sempre equilibrato in ogni sorso, che è fresco e setoso, anch’esso minerale e dalla beva che non ti lascia scampo.

Tenuta di Valgiano, 2009, Tenuta di Valgiano

“L’eleganza nasce nel terreno” (Saverio Petrilli)

Differisce dal Palistorti quasi solamente per il terreno da cui proviene l’uva eppure è un vino diametralmente opposto. Elegante e fine, intendo. E lento a dare il meglio di sé. Quando però si apre ti fa capire subito di che pasta è fatto e che con lui sì, puoi anche solo concentrarti a degustare, senza bisogno d’una cena da accompagnare. Perché la toscanità presente è meno nervosa che nel suo fratello rosso e questa avvolgenza succosa ti ripaga piano piano del tempo atteso e perché, come dice Saverio Petrilli, è un po’ come certi aristocratici d’un tempo, che si alzavano quando volevano ed avevano i loro tempi. Il Tenuta di Valgiano è proprio così e se pretendi di forzarlo e lo vorresti subito pronto e scattante bhè, hai sbagliato vino.

Palistorti, 2009, Tenuta di Valgiano

“Con la biodinamica si seguono le forze della natura” (Saverio Petrilli)

Un toscanaccio di razza, ma di razza buona. Di quella razza che ti pervade di frutti e freschezza senza stancarti, senza appiattirti il gusto pur con un tannino presente, ma mai invadente, mai eccessivo. È un toscanaccio da tavola, che il meglio di sé lo darebbe con un lauto pasto, accompagnandolo alla grande con un’ottima beva e con una tensione gustativa invitante.

“La libertà di cambiare il proprio pensiero, intimamente”: Saverio Petrilli ed i vini di Valgiano

Alla Vinoteca Rossorubino il martedì – ogni quindici giorni circa – si beve naturale (e vabbè, mi permetto di usare un termine che non amo). Si beve bene, prima di tutto e spesso assieme ai produttori. Da Terpin a Podere Còncori, da Fabbrica di San Martino a Guccione ed altri. Sono in programma alcune aziende imperdibili come Cosimo Maria Masini, Massa Vecchia, Santa Caterina e poi una serata 100% Ribolla gialla con forse incursioni slovene, e tanto altro che bolle in pentola tra vini non convenzionali, birre e biscotti artigianali, olio d’oliva, etc. etc.

Il piacere e l’emozione che provoca avere una persona come Francesco Saverio Petrilli tutto nostro per una serata sono molti. Specie per chi, come me, lo conobbe ad una cena di tanti anni fa, quando ancora non portava la barba ed io ero ancor più pivelletto di adesso, fresco degli studi enologici in corso, tremante per essere allo stesso tavolo di gente del mestiere e totalmente ignorante dell’esistenza della biodinamica e di utto il rimanente calderone naturale (ecco, l’ho usata di nuovo). Petrilli mi piacque subito, a pelle. Perchè ha un fare semplice e allo stesso tempo sicuro, low profile, com’egli stesso descrive il fare di Tenuta di Valgiano. E delle sue etichette, ad esempio. Già quando lo conobbi cominciai a fantasticare sul poter lavorare a fianco di uno così, a Valgiano, ma non è mai accaduto.

Saverio Petrilli ci ha parlato in modo puntuale, esaustivo nell’affrontare la cronistoria di un’azienda nata con delle intenzioni e sviluppatasi con intenzioni opposte. Preciso nel trattare un argomento ostico come la biodinamica in poche e nitide pennellate, per renderlo immediato a tutti i partecipanti, molto variegati in quanto a background e competenze.

Del suo eloquio mi hanno colpito alcune frasi lanciate nello stagno per creare delle onde di pensieri e riflessioni.

Una è il titolo di questo post. Per le altre la strada è semplice, ma necessita del giusto tempo per cui, intanto, ecco il bianco.

“La luce è fondamentale” (F. S. P.)

Fine senz’altro già al naso e dotato anche d’una nota sapida e fresca piacevole, profumata di mela e camomilla, di mediterraneità, evoluta nel tempo anche in un accenno tostato molto lieve ed evanescente. Alla fine, però, mi ha lasciato un po’ dubbioso. In bilico tra una realizzazione stilistica perfetta, una pulizia gustativa inceccepibile e quella mutevolezza che spesso caratterizza i vini da agricolture alternative.

I vini base di Franco Terpin

Franco Terpin sta nel Collio, a San Floriano, che con Oslavia è il caput mundi del talebanismo enoico di oggi. Un miscuglio di genti italiche e slovene, di riscoperte moderne delle tradizioni antiche, ancestrali…macchè, archeologiche! Gravner docet, del resto. Se non sai niente di quel coacervo sovversivo che è il Collio e di quel che ci bolle in pentola anfora, ti tranquillizzerai pensando che no, i vini base, quelli teoricamente più semplici e beverini, da tutti i giorni, non saranno bombe a mano enologiche. Saranno ottimi vini ok, ma facili. Normali. Ecco, quando pensi al Collio e a Franco Terpin togliti dalla testa tutte queste convizioni da training autogeno perché sarebbe molto pericoloso, visto quello che t’aspetta. Terpin è un contadino così sovversivo che i suoi vini base li ha chiamati indistintamente “Quinto Quarto”,  tutti. Medesima etichetta. Per cui per capirci qualcosa devi sperare nella retro ed anche lì non è che tu caschi proprio bene.

L’IGT delle Venezie Bianco “Rebula” è un 2010. Una ribolla gialla in purezza, opalescente come il vetro satinato, che al primo approccio ti regala una gamma aromatica di lievito variabilissima e a tratti quasi animale, fino a far emergere la frutta, la pesca per lo più. E t’accompagna tutta la bevuta una freschezza ed un’acidità molto marcata, senza fronzoli. Ah, in ultimo poi il sopravvento lo ha una nota fumè elegantissima e vabbè, le tue deboli convinzioni da bevitore convenzionale cominciano a vacillare. Il secondo poi è un comunissimo vino da tavola bianco di cui non si sa l’annata e a malapena s’apprende che potrebbe essere composto da Sauvignon blanc, Chardonnay, Ribolla gialla e Friulano (aka Tokai) e che ti stende, per farti capire subito chi comanda. Lui. Perché è come avere tra le mani un Cognàc che ti assuefà di vernice e di lievito, per poi trasformarsi in un Vin Santo di miele e mandorle tostate e tanto per gradire anche un po’ di fine vaniglia. Dopo averlo aspettato è un forziere ricco di glicerina, di velluto quasi balsamico, profondo fino ad espandersi in note surmature. È vino “da annate difficili” infatti, che mina profondamente quel che resta delle tue certezze. È poi la volta di un Pinot Grigio vinificato in rosso, IGT delle Venenzie 2009, che parte lentissimo, chiuso e inespressivo, fosse un uomo sarebbe un introverso, ma una volta acclimatato è tutto un andirivieni di lievito, di ciliegia, marasca e miele che t’avvolge in una lunga persistenza. Ormai non hai più salvagenti a cui aggrapparti. In ultimo ecco un altro vino da tavola “da annate difficili”, ma questa volta rosso. Merlot e Cabernet Sauvignon che sembrano estratti da una “valle degli orti” d’estrema finezza, dove t’ammalia il verde dell’erba, l’eleganza del peperone, la sontuosità del cavolo e quel pizzico di salvia e pomodoro in una freschezza e in un acidità dritte e ben marcate. Poi, passato il giusto tempo, è un evolversi complesso di spezie e pepature di una beva impressionante. E dopo lo stordimento definitivo, nel primo bagliore di rinvenimento realizzarai che no, i vini base di Terpin non sono vini base. Sono bombe a mano enologiche.

IGT Venezia Giulia Pinot Grigio, 2010, Borgo delle Oche

La freschezza e l’immediatezza sono le caratteristiche che contraddistinguono questo Pinot Grigio vinificato in bianco, che potrebbe essere benissimo definito didattico, in quanto stilisticamente ineccepibile. Gli manca però un po’ di personalità. Magari meno precisione realizzativa e più còre, come direbbero i romanacci veraci. Magari potrebbe giovare una vinificazione in rosso. O magari no.

DOCG Carmignano “A”, 2008, Fattoria di Artimino

lentezza e velocità

Avrei dovuto lasciargli il tempo di maturare i tannini, legarli tra loro in una danza di spigolosità e morbidezza, fino alla giusta eleganza. Avrei dovuto permettere ai profumi di compiere la loro naturale evoluzione, di divenir complessi e pure netti, all’acidità di perdere un nonsocchè di pungente, di ingentilirsi. Non l’ho fatto, invece. Ho stappato questa bottiglia ieri sera, ma avrei dovuto attendere un altro paio di anni. Troppo acerba, ma con una buona stoffa, appena celata dietro il velo della giovinezza. Nonostante il mio errore, ha comunque accompagnato egregiamente la cena di ieri. Serve solo un po’ di tempo, ancora.