…vediamo…potrei parlarvi – con evidente ritorno d’immagine e lettori – dei 3 Bicchieri assegnati alla Sardegna vinicola dalla guida “Vini d’Italia 2012” (by Gambero Rosso). No. Non mi voglio far trascinare dalla bolgia che si scatena all’uscita delle prime indiscrezioni sulle classifiche, i voti, le chiocciole, i bicchieri e quant’altro. Me ne starò lontano e sul mio blog non ne parlerò.
Oggi mi interessa il Cile. Ne parla la solita newsletter Tre Bicchieri (vedi la parentesi di cui sopra) in un interessante articoletto il solito Giuseppe Corsentino.
Il Cile è indubbiamente uno dei principale stati vinicoli dell’enomondo. Questo è indubbio. Il Professor Mario Fregoni avrebbe voluto i suoi vigneti “Patrimonio dell’Umanità”.
A tanti di noi, europei e soprattutto italiani, questo stato “at the end of the world” potrebbe dare l’impressione d’essere retrogrado, ancora non sviluppato. Pieno di malavita e favelas. Niente di tutto ciò.
Sarebbe molto più gisto dire che è l’Italia ad essere molto rassomigliante alla classica immagine da paese sudamericano.
La viticoltura in Cile è sviluppatissima e la Wines of Chile, l’associazione nazionale dei produttori vinicoli, ha le idee chiare, nette, precise. Per non parlare degli organi governativi. Altro che Italia, tra puttane, corrotti, evasori, coglioni e puttanieri.
L’anno è il 2020. Per quella data il Cile ha deciso di diventare il quinto esportatore di vino al mondo ed ha spiegato il perchè ed il per come in un documento di 112 pagine: lo Strategic Plan 2020, messo a punto
coinvolgendo economisti, studiosi, organizzazioni dei produttori, e sulla base dei quali i decisori pubblici “fanno politica vinicola”
Ciò che impressiona, scrive Corsentino, è soprattutto
la capacità di mettere in atto azioni concrete e lanciare business plan di sistema (l’aumento della superficie vitata, l’incremento delle risorse di comunicazione e di marketing destinate all’export – almeno 0,20 centesimi di dollaro a bottiglia – il rafforzamento degli investimenti in energie rinnovabili, il coinvolgimento dei sindacati agricoli, delle università e delle comunità locali.
Un’organizzazione nata dalla stretta collaborazione tra la Wines of Chile e la ProChile che equivale al nostro – ormai smembrato – ICE (Istituto per il Commercio con l’Estero).
A confermare la serietà cilena in materia di viticoltura e di business planning è, chevvelodicoaffà, un nostro compaesano: il Conte Francesco Marone-Cinzano, patron dell’ilcinese Col d’Orcia e della Reserva de Caliboro (55ha di vigne a nord della Patagonia, nella Valle del Maule).
Quella cilena spiega infatti è
“l’unica viticoltura che non ha conosciuto la filossera, un Paese con condizioni climatiche uniche e terroir straordinari dove la vite cresce senza bisogno di barbatelle e di portainnesto, com’era migliaia di anni fa”
Inoltre il Conte spiega che l’atività di ProChile è davvero utile ed attiva durante tutto l’anno, con i funzionari che contattano le aziende in ogni periodo e non solo in occasione delle grandi fiere estere.
Racconta di quanto la burocrazia sia più snella, della collaborazione tra i docenti universitari (il Prof. Jerko Moreno su tutti) ed i funzionari di ProChile, della presenza di banche ed amministrazioni.
L’esatto contrario del “bel” paese, ma non è una novità. E non lo è neppure per Marone-Cinzano, che infatti definisce – giustamente – la nostra un’economia vinicola (ma il discorso quadra anche a livello generale) “debole e senza progetto“.
Concordo con lui che il piano strategico cileno sia grande e molto ambizioso, ma denota quantomeno l’intento comune di un settore enologico attivo ed infermento, la capacità di unire le forze per un obiettivo uguale per tutti e per il raggiungimento del quali tutti partecipano, unendo le forze.
Da noi è l’esatto contrario. Ognun per sè e nessun per tutti.


Bell’articolo! finalmente qualcuno che denuncia quanto l’Italia non riesca mai ad agire collaborativamente verso il raggiungimento di un obiettivo comune…che tristezza e ogni volta che io dico qualcosa mi sento sempre dire “in Italia e’ cosi’…?!!! ma non possiamo cambiare le cose noi giovani?
Grazie dell’apprezzamento! E sì, teoricamente possiamo cambiare le cose o quantomeno dobbiamo impegnarci per farlo. Ne va del nostro futuro e di chi è ancora più giovane di noi. Purtroppo l’Italia è un paese vecchio, positivamente lento sotto certi aspetti. Molto negativamente per altri. Me ne sto rendendo sempre più conto da quando organizzo tour enogastronomici nelle mie zone: in ogni settore ognuno fa il suo in un costante individualismo controproduttivo e noi giovani spesso ci dobbiamo scontrare con questi problemi e con chi ci considera poco. Ma dobbiamo comunque impegnarci! Guarda, sui giovani si è parlato proprio qualche giorno fa qui, sul bel blog “appunti digòla”:
http://www.appuntidigola.it/2011/10/29/il-sabato-del-villaggio-allimprovviso-rendersi-conto-dellelisir-di-lunga-vita/