Genuvino pro Università di Torino

In primo piano

Grazie all’aiuto del blogger SimodiVino posso contribuire ad aiutare il Dott. Marco Remondino, [Ricercatore universitario presso la Facoltà di Economia dell'Università di Genova e Professore presso la Scuola di Amministrazione Aziendale dell'Università di Torino] che sta conducendo una ricerca sull’influenza di vari fattori che portano all’acquisto di un vino e che ha un occhio di riguardo verso quel bizzarro universo enoico fatto dai tanti blog, webzine, portali enogastronomici e via dicendo.

Vi invito quindi a cliccare sull’immagine e a compilare la brevissima scheda.

Orsù!

“Saslong”, Porter, Birrificio Trami

Bottiglia acquistata a “Il Senso della birra”. Impossibile ricordarmi il prezzo. La foto invece è presa dal sito del birrificio perchè stasera la macchina fotografica ha deciso di non funzionare. Niente foto figa, quindi. Stavolta dovete accontentarvi.

Il Birrificio Trami è stata, per me, una delle due rivelazioni de “Il Senso della Birra”, la principale ed unica manifestazione birraria della Versilia.

Volete sapere qual è l’altro birrificio da chapeau? Bhè, non ve lo dico. Per ora. (Questa cosa un po’ bastarda si chiama “cazzimma” ed ogni tanto sbuca fuori per ricordarmi le mie percentuali di sangue campano-calabro-pugliese).

E insomma dicevo di Trami. Sì, è un birrificio che ha prodotti buonissimi ed in modo particolare questa Porter color mogano, quasi nero. Morbida, rotonda, avvolgente. Un sorso pieno e godurioso di caffè tostato e di cioccolato fondente che, nonostante l’opulenza del sorso, non è affatto stucchevole ed anzi, gudagna qualcosa in bevibilità grazie ad un finale leggermente amarognolo.

Sarebbe la fine del mondo abbinata a dei biscotti artigianali che producono qui in Versilia e dei quali, per conflitto di interessi (o per spiccata cazzimma?), non vi dico il nome. Stimolo in più per farvi un giro da queste parti.

Una birra decisamente più votata all’inverno che alle afose serate di questa estate 2012, ma era l’ultima birra rimasta in casa e stasera avevo voglia di birra. Di buona birra.

IGT Venezia Giulia Traminer aromatico, 2010, Borgo delle Oche

Cosa vi aspettereste da un Traminer coltivato nelle Grave friulane?

Io, proprio quello che ho sentito in questo bicchiere d’un bel giallo intenso.

Una freschezza invidiabile. Frutta mista e rosa all’inizio, poi svolazzi di agrumi, un tocco di frutta secca e canditi. In bocca una maggiore maturità del frutto ed un sorso delicato, a tratti quasi burroso, alcolico, in un crescendo che lo rende armonico, giustamente profondo.

Un’altra bottiglia godibilissima in questa estate così torrida e parca di refrigerio.

Le tribù del vino

Qualche tempo fa, non ricordo nemmeno come, venni a sapere del blog di Francesco Guccione e della sua vicenda viticola, che l’ha portato a ricominciare da capo un mestiere duro e magnifico. Ed ho cominciato a seguirlo, rivedendoci un po’ il mio solitario e folle tentativo di cominciare a produrre vino nella mia terra natia, la Versilia.

Nel mentre ho letto un paio di articoli di un vignaiolo che non conosco personalmente e di cui non conosco neppure i vini (devo rimediare, lo so), ma che stimo molto per quel che scrive (e perché è un fan di Bruce Springsteen, ovvio), Corrado Dottori.

Pochi giorni addietro sono ritornato sul blog di Francesco.

Ho letto un paio di articoli arretrati ed infine mi sono soffermato su quello dal titolo “La tribù della Sicilia Occidentale”.

Non voglio togliere né aggiungere nulla al post di Francesco, che potete leggere qui, ma trovo che l’idea della federazione di tribù sia una soluzione molto valida per creare sul territorio una fitta rete di contatti, conoscenze e aiuto reciproco, specialmente in zone dove la coesione è tutt’altro che presente. Condivisione secondo me è la parola che dovrebbe essere il nucleo fondante delle tribù. Condivisione di metodi, di vedute, di sperimentazioni in campo e in cantina. Condivisione con i giovani viticoltori ed i giovani appassionati di vino, per avvicinare gli uni ad un’etica produttiva e gli altri ad una gustativa.

Serve però, a mio parere, anche unità e delle linee guida precise, chiare, nette, condivise appunto, del fare vino “naturale”, altrimenti si rischia di rimanere al punto in cui siamo, con i medesimi problemi e le medesime scissioni.

Io sono a favore delle tribù locali e se ci sarà modo di stringere rapporti per formarne una nelle mie zone sarò ben felice di dare una mano.

Spumante Brut Metodo Classico “Terra & Cielo”, Borgo delle Oche

Millesimato 2009, sboccatura 2011.

Chadonnay 75%, Pinot Nero 25%

Bottiglia acquistata ad ottobre in azienda. Il prezzo non lo conosco, ha offerto mio zio, valvasonese doc ab immemorabili.

Bel colore giallo vivace, spuma delicata. Idrocarburi, lieviti – sui quali permane 21 mesi – e poi agrumi, col limone che prevale, sommesso, mai dirompente. Un soffio di vaniglia per un sorso non troppo profondo, ma a tratti delicatamente setato.

Bel vino delle Grave friulane.

IGT Toscana Bianco, 2011, Vino del Feudo Ghelardini

Bottiglia acquistata in azienda. 8€ (la titolare, Marina, me l’ha messo meno – ho speso 20€ per tre bottiglie – forse perchè mi ha visto giovane viticoltore squattrinato, alla ricerca di vigne nella zona con l’esuberanza e l’avventatezza di chi non calcola la pazzia che sta facendo…o forse perchè le sono rimasto simpatico, bho?!)

Dentro potrebbe esserci il classico blend dei colli di Candia, Vermentino, Trebbiano e Malvasia. Forse anche altro, che ignoro.

Qua la macerazione si sente tutta, nel mezzo di frutta secca, rosmarino, pietra focaia, minerali e una punta, sommessa, di aromaticità. Frequentando assiduamente la zona collinare di Montignoso, la Palatina, da cui proviene questo bianco, ci riconosco il profumo tipico di quelle colline assolate, coltivate a terrazze inerbite a un tiro di schioppo dal mare. Un miscuglio indefinibile di salmastro, macchia mediterranea, erba arsa dal sole e soprattutto l’odore di quella terra rossastra impastata di piccole pietruzze, sciolta, ardita come chi la lavora, gravida di grappoli. Un po’ di acidità in più non guasterebbe, ma tutto sommato è un buon vino.

Luppoli estivi

E così in queste serate ho avuto da fare. Tra pc, trincee di zampironi e vaneggiamenti da caldo africano ne ho approfittato per stemperare le arsure della gola. Con la birra. Artigianale, as usual.

Quindi ho gioito per aver fatto una buona scorta a “Il Senso della Birra” (per un po’ di foto qui e qui) ed ho portato in superficie un par di bevute di tutto rispetto.

“Caterpillar”, un’American Pale Ale di BrewFist (Italia) feat. Beer Here (Danimarca).

Zero marmellosità zuccherine, ma 33 centilitri di godimento amarognolo che la gola esplode in cori da stadio e vuvuzela a manetta. Un po’ troppo corta, forse. Ma visto il clima afro-infernale (do u remeber Scipione, Caronte and Minosse?) glielo perdono.

“Brockville Dark”, Mild Ale scozzese del Tryst Falkirk Brewery che nel 2006 si è aggiudicata il CAMRA 2006 Bottle Conditioned Champion Beer of Scotland.

Scura, tutta cioccolato e liquirizia. Non di gran corpo, ma soprattutto leggerissima. Cosa che per gli italici poco avvezzi alle birre serie è alquanto strana e infatti, di solito, come vedono un coloraccio scuro nel bicchiere pensano subito a bombe alcoliche pesanti come transatlantici.

Questa me la sto godendo mentre scrivo e quindi è bene che mi concentri sulla birra.

bye bye.